Ci penso spesso quando mi guardo allo specchio – forse per rassicurarmi –, che le anime più belle sono proprio quelle che sono cadute più volte e più volte hanno saputo rialzarsi. Perché è nella risalita che si brilla più forte.
E anche oggi, mentre guardavo la ventesima tappa del Giro, me lo sono ripetuto: che l’anima bella è quella che si rialza, e che vedi salire. E, infatti, proprio quello stavano facendo Simon, Richard e il giovane messicano dalla maglia rosa: salivano verso il cielo e la gloria, portandosi dietro una bicicletta e poco più, per arrivare lassù, che Cielo non è, ma è la cosa più simile cui le loro menti possano ambire oggi: là, dove li attende Fausto Coppi. Perché quello, il Colle delle Finestre, in questo Giro d’Italia 108 è la sua cima.
Che l’anima di Simon Yates fosse un’anima bella, l’ho pensato fin dal primo scatto, ma me ne sono convinto quando ci ha riprovato ancora e ancora, finché Isaac e Richard hanno smesso di seguirlo. Mi fa sorridere pensare che anche Simon avesse di fronte uno specchio. E lo specchio non ha filtri, non è un social network, ti dice con crudele sincerità chi sei e come stai, e no: non mente mai. Quando pedali il tuo specchio è la salita, uno specchio lungo quanto la fatica, che ti aspetta dietro ogni tornante per dirti quante energie hai veramente. Non puoi mentire alla strada che sale verso un valico, o una cima.
Nel 2018, su quella strada prima asfaltata e poi sterrata che scala il Colle delle Finestre, dove si è condannati a rivedere il proprio riflesso scolpito nella roccia e nei sassi che si fanno da parte per lasciar passare Chris Froome e si richiudono inesorabilmente alle sue spalle, sembrava che Simon ad ogni colpo di pedale dovesse superare un muro, e che la strada percorsa dai due britannici non fosse la stessa.
Quel giorno, il 25 maggio 2018, Simon si è guardato sul terreno e non ha visto altro che buio, arrivando al traguardo con quasi 40 minuti di ritardo dal vincitore di Bardonecchia, Froome, che poi quel Giro lo vinse nonostante alla partenza di Venaria Reale pagasse 3’22’’ nella classifica generale.
Sono trascorsi sette anni da quella caduta abissale e sono sicuro che Simon avesse disegnato un cerchio rosso sulla tappa che collega Verrès al Sestrière. Mi piace immaginare che, come uno scienziato, avesse già calcolato tutto, ma non per superare i due sudamericani, perché il vero avversario era la montagna. Nella vita come nel ciclismo, l’obiettivo è guardarsi allo specchio e riuscire a sorridere con la consapevolezza che quell’immagine che hai di fronte è la migliore versione di te. Sono certo che Simon, su quelle ultime curve sterrate del Colle, si sia visto nella polvere bagnata dal suo sudore, e abbia lasciato impresso su quelle pietre il suo grande, gentile e timido sorriso.

