Tabarez Uruguay

Tabarez, filosofia della sostanza

Non è mai stato un allenatore di grande impatto fisico né un camminatore da panchina, non si è mai contraddistinto per particolari isterismi o scenate al limite dell’espulsione (più che altro che si ricordino…). Mezzo sorriso accennato, poche parole a voce media, capelli ordinati da far invidiare un pupazzo Playmobil.

Oscar Washington Tabarez è indiscutibilmente il personaggio del momento. Più del talento croato, più della sorprendente Svezia o del solido Brasile, più del suo Uruguay tutto organizzazione ed efficacia. A me però non piace presentarlo con la stampella e dare spiegazioni sulla sua neuropatia cronica, mi piace ricordare che si parla del tecnico più anziano del mondiale (71 anni), figlio di un altro calcio e di nessuna vittoria di risalto internazionale.

Già, non ha vinto niente, eppure guai a non chiamarlo Maestro.

Perché? Perché usa sostantivi che oggi appaiono lontani dalla comunicazione calcistica: sentimento, orgoglio, rappresentanza.

Aspetti che vanno oltre lo show business e che sembrano astratti nella dimensione economica attuale ma che forse sono assolutamente attuabili a quella delle nazionali di calcio, che non sono più solo semplici squadre ma Stati che segnano un percorso sportivo.

Il suo è un paese di poco più di 3 milioni di persone totalmente immerse nel sogno di raggiungere una vittoria utopica, ma nemmeno troppo. Lui lo guida sportivamente (in Uruguay si gioca solo a calcio!) sapendo di aver già vinto, ma non perché sa ancora alzarsi autonomamente dalla panchina e dare indicazioni ai suoi atleti ma perché il suo credo ha preso corpo dimostrando che l’Amore può diventare sostanza, che l’appartenenza può rappresentare un valore, perché sognare aiuta a vivere.

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