Marco Pantani

Pantani

C’è una dimensione che appartiene solo ai più grandi. Solo a coloro che, nonostante quello che accada a loro e alla loro vita, nonostante possano esserci più bravi e più fortunati, sanno scrivere la storia dello sport con attimi che si scolpiscono da soli e che verranno ricordati anche da chi li avrà vissuti anche pur non avendoli vissuti direttamente.

Tra questi rientra di diritto Marco Pantani che saputo catalizzare l‘attenzione e la passione su di se a tal punto da doversi costituire capro espiatorio di un movimento che in quel preciso istante temporale andava obbligatoriamente colpito. Le sue azioni sportive, concentrate nel quadriennio 96-99, hanno acceso anche chi è salito sulla bicicletta l’ultima volta a 10 anni durante le vacanze estive con i nonni in qualche paesino di campagna.

Ha saputo coinvolgere contemporaneamente generazioni diverse e distanti, ceti sociali contrastanti e unito padri e figli in adrenalitici pomeriggi. Alcuni hanno avuto la fortuna di vederlo velocemente passare per le strade del GIRO, molti altri si sono sintonizzati davanti alla tv ed insieme all’incalzante ritmo di De Zan salivano (salivamo per essere precisi) sui pedali insieme a lui, togliendoci immaginariamente una bandana o un cappellino, spingendolo su salite improponibili e gran premi della montagna.

Pantani non è stato illusione, perché in fondo non è mai stato delusione.
Ha sbagliato, pagato ma non ha rotto il fascino generato dai suoi attacchi che, seppur sporcati da un possibile doping, erano l’immagine genuina che tutti avrebbero voluto vedere.

Pantani è stato orgoglio e malattia, speranza e solitudine, magia e tristezza.

Pantani ha avuto il difetto di essere Marco in un mondo in cui era più necessario essere Pantani, essere mattatore e leader, in cui illudere sarebbe stato più utile rispetto che incantare.

Pantani ha saputo unire nonostante tutto, e questo, come detto all’inizio, appartiene solo ai più grandi.

PS: la coincidenza vuole che l’apertura del mio blog è in coincidenza con diversi eventi del mondo sport, tra cui l’impresa durante il Giro d’Italia del ’99 sulla salita di Oropa. Al romagnolo saltò la catena nella seconda metà di gara, perse minuti preziosi, riagguantò il gruppo, i fuggitivi, il suo principale avversario (Jalabert), lo staccò e non capì lui stesso l’impresa sportiva che aveva compiuto.
Era il 30 maggio 1999, ero davanti alla tv, la mia emozione fu da pelle d’oca.

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