Daniele De Rossi

De Rossi

De Rossi: il sorriso in silenzio di un calcio normale

Io me lo terrei stretto, con i suoi difetti e la sua autentica natura irruenta e passionale. E non parlo da tifoso, ma da amante del calcio italiano, della sua tattica esasperata, dei sui ritmi psicologici terrorizzanti e il folclore tipico di un paese che vuole crescere ma che non fa niente per farlo.
Mi terrei stretto uno dei centrocampisti meno valorizzati e più bravi degli ultimi 15 anni che rappresenta a tutti gli effetti un calcio che non c’è più, un calcio vissuto prettamente negli spogliatoi, nei ritiri e negli stadi, senza social e starlet, un calcio senza VIP, un calcio normale. Lui ne è l’ultimo esponente, l’ultimo baluardo (non fatevi deviare dai tatuaggi, la mia generazione li ha letteralmente sdoganati…) di un modo di approcciare al professionismo fatto di semplicità, passione e silenzio. Si perché in un mondo in cui tutti hanno necessità di apparire, gridare, trasmettere i propri i sentimenti e umori, De Rossi è riuscito a tenerli per se, dando al campo l’unica strada di espressione dei suoi amori, dolori, inquietudini e pensieri.

“Ho solo un unico rimpianto, quello di poter donare alla Roma una sola carriera.”

Un calciatore di livello assoluto (117 presenze in Nazionale, quasi 600 da professionista) in completa controtendenza con il contesto che l’ha visto evolversi, crescere, esordire, primeggiare. De Rossi è il ragazzo degli anni ’80 che ce l’ha fatta, il capofila di una generazione della capitale che ci ha provato e non ci è riuscita, di coloro che hanno cercato di esprimere la propria passione attraverso un tackle, un’esultanza, la mimica facciale.
Romano, romanista, tifoso, molto meno provinciale di quanto volesse apparire. Mai un’intervista priva di senso, anche se ardente e pungente, poco istituzionale ma che sa riconoscere le istituzioni non negando mai il suo servizio ad esse.
Ha sbagliato, ha saputo vincere e ha saputo perdere, ha deciso di comunicare solo attraverso se stesso in campo, ha ha saputo essere esempio di un calcio che può essere normale.
De Rossi siamo noi che utopicamente cerchiamo ancora sorrisi in silenzio nello sport più bello del mondo.

“Ma a chi importa davvero, nel profondo, quello che dico io?
Una volta chiesero ad Agostino Di Bartolomei perché non amasse parlare.
Lui rispose: “Perché c’è il rischio che non interessi quello che dico”

(intervista rivista 11 del 6 giugno 2017)
http://www.rivistaundici.com/2017/06/06/daniele-de-rossi

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Matteo SchiavonePaola Autori recenti
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Teo,
L’articolo su De Rossi è meraviglioso. Te lo dico da grande ammiratrice di Daniele, per tutti i motivi che hai elencato. Lo so che Francesco è stato e sarà sempre IL CAPITANO, ma per me Daniele è LA FENICE. Uomo, con tanti difetti, ma vero. Sempre. Anche troppo.