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Pennsylvania, lo Stato dei quarterback

In Pennsylvania sono nati sei quarterback che hanno scritto la storia del football americano

Mount Washington, Beaver Falls, New Eagle, Pittsburgh, East Brady, Hollsopple. C’è un filo comune che collega queste sei cittadine della Pennsylvania. Tutte e sei hanno cresciuto dei futuri quarterback che hanno scritto pezzi di storia importanti nella National Football League. Cinque di questi hanno il loro nome scritto in un museo di una cittadina non tanto lontana da queste sei, ma al di fuori dello stato: a Canton, nell’Ohio, che ospita la Pro Football Hall of Fame, un museo in cui solo le più grandi leggende di questo sport possono farne parte.

Vi renderete conto in questo articolo, il secondo della rubrica “Storie americane di football”, di una serie di chicche interessanti che riguardano questi sei quarterback. Nonostante la grande tradizione sportiva dello stato della Pennsylvania, che può contare una grande varietà di franchigie all’interno delle quattro leghe professionistiche (i Philadelphia Eagles e i Pittsburgh Steelers nella NFL, i Philadelphia 76ers nella NBA, i Pittsburgh Pirates e i Philadelphia Phillies nella MLB e i Philadelphia Flyers e i Pittsburgh Penguins nella NHL), nemmeno uno di questi sei grandi giocatori ha mai vestito la maglia di una delle due squadre nella NFL.

La chicca più interessante che troverete in questo racconto, molto frammentato e molto fluido allo stesso tempo, è il filo comune che parte dal primo e arriva al sesto quarterback che tuttavia non riguarda il luogo di nascita, ma i vari incroci che hanno reso i nostri sei protagonisti nelle loro carriere professionistiche.

Di alcuni sarà scritto di più, di altri meno, anche a seconda delle carriere e delle chicche più interessanti di cui sono stati protagonisti e anche per non essere troppo ripetitivo. Spero di non annoiarvi e che il filo comune tra questi sei paragrafi non si rompa troppo presto.

Johnny Unitas: the Golden Arm

Johnny Unitas: the Golden Arm

“Unitas” è la classica americanizzazione di una parola che oltreoceano non ha nulla a che fare con la fonetica. L’origine del nome “Unitas” deriva dalla parola Jonaitis, cognome, anche abbastanza comune, in Lituania. Johnny nasce a Pittsburgh e cresce a Mount Washington, una cittadina situata su una collinetta affacciata a Pittsburgh e sulle rive del fiume Monongahela.

Frequenta la St. Justin High School di Pittsburgh dove inizia a farsi notare come running back e il suo grande sogno è quello di frequentare la Notre Dame University. Tuttavia quando si presenta al try-out viene rispedito a casa dal coach Frank Leahy, che lo considera troppo magro per giocare a football.

Johnny non si arrende e si iscrive all’Università di Louisville, Kentucky, che ha uno di quei pochi programmi in tutta la Nazione con una squadra denominata “Two-Way Football”, ovvero che tutti i componenti della squadra fanno parte sia del team di difesa che di attacco, cosa rarissima nel football sia allora che oggi. Johnny si ritrova a ricoprire tre ruoli in tre team diversi, anche nello special: gioca sia safety sia linebacker in difesa; punt returner, colui che ritorna un punt degli avversari quando sono in campo gli special team; quarterback per l’attacco.

Nel 1955 viene scelto dalla franchigia della sua città al nono giro del draft (chiamata n. 102), ma con gli Steelers non gioca mai e fa solo parte della practice squad.

L’anno successivo firma con i Baltimore Colts e con questa franchigia scriverà pagine di storia. Nel 1958 gioca la partita che all’epoca viene considerata la più bella ed emozionante di sempre: nella finale per decretare il campione NFL di quell’anno i Colts vinsero all’overtime contro i New York Giants per assicurarsi il loro primo titolo.

Nel 1959 Baltimore si ripete e Unitas che viene nominato MVP della stagione. Tra gli anni 50 e 60 Johnny è il quarterback più forte dell’intera lega e vince altri due MVP dell’NFL. Nel 1967 la NFL si accorda con la lega rivale, l’AFL, per disputare una finale tra le squadre vincenti delle rispettive leghe: il Super Bowl.

Unitas guida i Colts a vincere il campionato NFL nel 1968 e di conseguenza alla qualificazione al Super Bowl III, contro i campioni dell’AFL, i New York Jets nettamente sfavoriti nei pronostici ma guidati da un quarterback giovane, bello e dannato.

Joe Namath: “I guarantee it”

Joe Namath: “I guarantee it”

Joe Namath nasce a Beaver Falls, piccolo paesino situato 30 miglia a Nord di Pittsburgh da una famiglia di origine ungherese: il nonno di Joe, Andras Nemeth, di Budapest, sbarcò assieme ad altri milioni di persone a Ellis Island nel 1911. Joe frequenta la Beaver Falls High School ed eccelle nel football come quarterback, nel baseball come esterno e nella pallacanestro come guardia tiratrice. All’epoca era uno dei pochi liceali a schiacciare a canestro, quando allora la schiacciata era poco considerata da qualunque cestista, amatoriale o professionista.

Nel 1961 si diploma al liceo e riceve una serie di offerte da franchigie professionistiche di baseball operative nella MLB, tra cui i New York Yankees. Joe non le considera nemmeno su consiglio della madre che vuole che suo figlio vada al college. Dopo essere stato rifiutato dall’Università del Maryland, come capitato ad Unitas a Notre Dame, nel 1961 accetta la borsa di studio offerta da Alabama. I Crimson Tide sono allenati da una leggenda del football, l’head coach Bear Bryant, a cui dedicherò in futuro un altro articolo perché merita.

Nel 1964 Namath guida i Crimson Tide alla vittoria del titolo nazionale, anche grazie all’aiuto dell’offensive coordinator (il coach che si occupa dell’attacco), Howard Schnellenberger. Bryant, che è rimasto nel programma dell’università con sede a Tuscaloosa, dichiarerà che offrire la borsa di studio a Namath è stata la migliore decisione della sua carriera oltre a indicare il quarterback come il miglior atleta che avesse mai allenato.

Nel 1965 si dichiara eleggibile sia al draft della NFL che in quello della AFL e in quest’ultimo viene scelto dai New York Jets come prima scelta assoluta. Dopo sole quattro stagioni Namath guida la sua franchigia alla vittoria del titolo AFL e di conseguenza alla volta di Miami per giocare il Super Bowl III.

Ed ecco dov’eravamo rimasti. Il Super Bowl III, la sfida tra i Jets di Namath e i Colts di Unitas, allenati dal grande Don Shula, di origine ungherese proprio come Namath. Nella settimana precedente alla partita chiunque dà per scontata la vittoria dei Colts: la NFL è una lega nettamente superiore alla AFL anche e soprattutto per quanto riguarda il livello tecnico. Il giovedì precedente alla partita Joe Namath si trova al Touchdown Miami Club e completamente ubriaco dichiara ai giornalisti lì presenti:

We are going to win. I guarantee it

Nessuno lo prende sul serio. Nei primi due Super Bowl, i Green Bay Packers della NFL guidati dal leggendario Vince Lombardi, a cui è dedicato il trofeo consegnato alla squadra vincitrice del SB, hanno strapazzato i Kansas City Chiefs e gli Oakland Raiders della AFL.

C’è un abisso tra le due leghe. Tuttavia Namath ha mantenuto la promessa: i Jets, con una prestazione difensiva clamorosa asfaltano i Colts contro ogni pronostico. All’inizio della partita Earl Morrall, riserva di Unitas nel corso di tutta la stagione, è stato nominato titolare a causa di un infortunio di Johnny, ma dopo un inizio offensivo disastroso, Don Shula ha scelto di rimettere in campo un acciaccato Unitas, che ha realizzato un solo touchdown, inutile ai fini del risultato. Il terzo Super Bowl lo vincono i New York Jets e Joe Namath viene nominato MVP della partita.

I guarantee

Due anni dopo Johnny Unitas riuscirà a portare a Baltimore, sempre insieme a coach Shula, il Super Bowl, nella quinta edizione, contro i Dallas Cowboys di Tom Landry.

L’allievo, Joe, ha preceduto il maestro, Johnny, ma entrambi hanno iniziato un’eredità di quarterback dalla Pennsylvania che avrebbe dato ancora più frutti.

Joe Montana: the Comeback Kid

Joe Montana: the Comeback Kid

La famiglia era originaria della Val Camonica, sulle alpi lombarde e si chiamava Montegni. In maniera molto simile a Jonaitis/Unitas, quando arrivarono a Ellis Island dove ci si doveva sottoporre a un centinaio di controlli per entrare negli Stati Uniti, il nome diventò Montana.

Joseph “Joe” Montana nasce a New Eagle, ma cresce a Monongahela, a 25 miglia da Pittsburgh. Il suo sport preferito è la pallacanestro, ma se la cava bene anche a football e baseball.

Nel 1974 Notre Dame gli offre una borsa di studio per giocare a football e Joe non esita ad accettare. Joe trova pochissimo spazio al primo anno, poi nel 1975 esordisce come quarterback nel quarto periodo contro Air Force, che sta conducendo 30-10: Montana guida Notre Dame ad una rimonta pazzesca che vale la vittoria, 31-30. Joe dimostra la sua capacità di alzare il livello di gioco quanto più è sotto pressione.

Dopo due anni di alti e bassi, nel 1978 Montana guida i Fighting Irish alla vittoria contro la più acerrima delle rivali, USC, che conduceva 24-7 nel terzo periodo e che ha ceduto 25-24. Al termine della stagione Notre Dame viene invitata al Cotton Bowl, che si gioca a Dallas e gli avversari sono gli Houston Cougars. Questa è considerata la più celebre partita a cui Montana abbia preso parte e lui di partite celebri ne giocherà tante altre nella sua carriera.

Quel primo giorno dell’anno 1979 fa più freddo del solito a Dallas (5 gradi sotto lo zero): nel primo tempo dopo una partenza a razzo di Montana e Notre Dame, i Cougars recuperano lo svantaggio e all’intervallo sono sopra 20-12. Al rientro in campo, tutti si accorgono che manca un solo giocatore di Notre Dame, proprio Montana, il quale è costretto a rimanere nella locker room a causa di un’ipotermia. Joe ha una febbre altissima, causata dalla temperatura molto bassa. Houston ne approfitta e si porta in vantaggio 34-12. È finita? Assolutamente no. Montana, dopo aver fatto fuori un’intera tazza di brodo di pollo caldo, rientra in campo e guida i suoi Fighting Irish alla rimonta, conclusa con un field goal a tempo scaduto: 35-34 Notre Dame. Da quel momento Joe Montana sarà sempre The Comeback Kid.

Questo è solo il preludio di una carriera leggendaria. Verrà scelto dai San Francisco 49ers proprio nel 1979 e guiderà una dinastia fenomenale per l’intera decade degli anni ’80.

Quattro apparizioni al Super Bowl e quattro vittorie: nel 1981 con la famosa The Catch da parte di Dwight Clarke nel NFC Championship; nel 1984 contro i Dolphins guidati dal prossimo protagonista, nato a poche miglia di distanza da Joe; oltre alle vittorie nel 1988 e nel 1989. Di quei 4 Super Bowl, Joe sarà nominato 3 volte MVP della finale. Prima dell’avvento di Tom Brady era da tutti considerato il più grande quarterback della storia del football americano.

Joe Montana, il ragazzino originario della Val Camonica.

Dan Marino: the Man from Pitt

Dan Marino: the Man from Pitt

Facciamo un salto all’interno del draft 1983, uno dei più talentuosi della storia. I Miami Dolphins hanno la chiamata numero 27 (la penultima del primo giro) e scelgono un ragazzone da Pittsburgh, sia città che college, che si chiama Daniel Marino, per tutti Dan.

Nato a Pittsburgh da padre di origine italiana e da madre polacca, Dan è un fenomeno del baseball e appena diplomato al liceo nel 1979 viene selezionato al draft MLB dai Kansas City Royals. Dan rifiuta: vuole un’educazione universitaria e vuole soprattutto giocare a football.

Nel 1980 Pittsburgh gli offre la borsa di studio e Marino si appresta a diventare una leggenda del college. Guida Pitt alla vittoria del Sugar Bowl nel 1981 contro i Georgia Bulldogs, realizzando il touchdown della vittoria a meno di un minuto dal termine. Dan è un passatore purissimo, i suoi numeri dicono che avrà una grande carriera tra i professionisti. Infatti è così. Nel 1982 cala un po’il suo rendimento e le sue quotazioni al draft diminuiscono drasticamente e infatti viene scelto alla numero 27.

Questo è stato un enorme errore di valutazione di tutte le franchigie precedenti: giudicare negativamente qualcuno per un’annata storta.

Infatti Marino si è preso subito l’NFL, anche se solo dal punto di vista individuale. Vince il premio di Rookie of the Year e l’anno successivo il premio di MVP della NFL, dopo che porta i suoi Miami Dolphins al Super Bowl. Dolphins allenati indovinate da chi? Da Don Shula ovviamente. Al Super Bowl del 1984 ad aspettare Miami ci sono i San Francisco 49ers di… Joe Montana, che vincerà agilmente e che si porterà a casa anche il secondo di tre titoli MVP.

Dan Marino è considerato il più grande quarterback di sempre a non aver mai vinto il Super Bowl. I suoi record individuali parlano da soli. Prima che leggende come Tom Brady, Drew Brees e Peyton Manning entrassero nella NFL, i record più importanti per il quarterback in NFL li ha stabiliti il ragazzone da Pittsburgh.

Dan giocherà con i Miami Dolphins fino al 1999, anno in cui decide di porre termine alla sua gloriosa carriera, a cui manca purtroppo il titolo più importante, quel maledetto Super Bowl che un altro ragazzino italiano della Pennsylvania come lui gli ha portato via da sotto il naso nel 1984.

Jim Kelly: Four Falls

Jim Kelly: Four Falls

Una premessa: di questo e del prossimo protagonista ho già parlato nel primo articolo della rubrica. Le quattro cascate dei Buffalo Bills. Quindi sarò molto e aggiungerò solo un paio di aneddoti interessanti che non vi avevo citato sull’articolo dei Bills (non saranno tanti, siamo alla fine).

Jim Kelly nasce a Pittsburgh, ma cresce a East Brady, un paesino a 60 miglia di distanza. Al liceo non solo eccelle nel football, ma anche nel basket, dove realizza più di 1000 punti, con medie di 30 a partita. Jim è un tifoso di Penn State dalla nascita e spera che l’università gli offra la borsa di studio per giocare a football. Così avviene, ma Kelly rifiuta per un motivo ben preciso: Joe Paterno, head coach di Penn State, lo vuole come linebacker e non come quarterback.

Di conseguenza accetta la borsa di studio all’Università di Miami, che guiderà alla vittoria del Peach Bowl nel 1980. Nel 1983, nello stesso draft di Marino, viene scelto alla numero 14 dai Buffalo Bills. La sua prima reazione, ha dichiarato successivamente, fu quella di piangere a dirotto. Buffalo, insieme a Minneapolis e Green Bay, è una di quelle destinazioni che Kelly avrebbe voluto evitare. Infatti firma un contratto con gli Houston Gamblers, franchigia appartenente alla USFL, lega estiva che voleva coprire il digiuno dei tifosi dall’NFL da marzo a settembre. Nel 1986 con la scomparsa della USFL, Kelly si convince di firmare con i Bills e questa storia l’avete già letta in precedenza.

Quindi arriviamo dritti al punto: Super Bowl XXV, 1990.

I Buffalo Bills arrivano per la prima volta alla finalissima a Tampa e gli sfidanti sono i New York Giants del coach Bill Parcells, dell’assistente allenatore Bill Belichick e del più grande difensore di ogni epoca Lawrence Taylor. Ma chi li ha guidati fin lì? Un altro quarterback della Pennsylvania che nemmeno avrebbe dovuto giocare.

Jeff Hostetler: The Backup

Jeff Hostetler: The Backup

Phil Simms, quarterback titolare dei New York Giants, subisce un infortunio molto grave in una partita di regular season proprio contro i Buffalo Bills ed è costretto ad abbandonare il campo, al suo posto entra il quarterback di riserva, un ragazzo originario Hollsopple della contea di Sommerset, in Pennsylvania. Si chiama Jeff Hostetler ed è stato scelto dai Giants nel draft successivo a quello di Kelly, ma alla 59esima chiamata. Dall’inizio della sua carriera non è mai stato quarterback titolare in NFL, ma ha quasi sempre dovuto guardare Phil Simms dalla sideline.

Dopo l’infortunio di Simms, “Hoss” guida i suoi Giants a due vittorie nelle ultime due partite della regular season per assicurarsi il primo posto ai playoff. Al Divisional Round i Giants sconfiggono i Chicago Bears e all’NFC Championship compiono un’impresa, battendo i San Francisco 49ers di Montana due volte campioni del Super Bowl in carica, a caccia del terzo titolo consecutivo, mai riuscito a nessuna franchigia. I New York Giants guidati da un backup quarterback volano al Super Bowl.

Sapete già la storia di questa partita, i Giants vincono 20-19, complice anche il field goal sbagliato dal kicker dei Bills, Scott Norwood, a tempo scaduto. Hostetler sarà protagonista di un’azione cruciale durante la partita: con la palla tra le sue mani viene placcato dal leggendario defensive end Bruce Smith all’interno della sua endzone. L’intento di Smith era quello di recuperare il pallone per poi schiacciarlo a terra e realizzare un touchdown, ma Hostetler ha un magnete al posto della mano e riesce a non perderlo. Tuttavia viene placcato da Smith e subisce un safety, che vale due punti per i Bills. Se Hoss avesse perso il pallone dalle mani i Bills ne avrebbero realizzati 7 di punti e probabilmente vinto la partita.

Hostetler vince il suo secondo Super Bowl, questa volta da titolare, mentre si tratta della prima di quattro sconfitte consecutive per Jim Kelly nella finalissima.

Gli Dei del football sanno essere tanto crudeli quanto magnanimi nello stesso tempo. Eppure sono stati capaci di far nascere nello stesso Stato ben sei quarterback che hanno scritto la storia del football americano e che mi hanno permesso di intrattenervi e poi forse annoiarvi con un altro articolo della rubrica “Storie americane di football”.

Articolo scritto da Matteo Orsolan

Per gli amici Orso, ama alla follia gli sport americani, finge di giocare a basket, ma guarda soprattutto il baseball e il football americano. Folgorato dal braccio di Josh Allen, dai fuoricampo di David Ortiz e dalle magie di Manu Ginobili. Soffre per i Buffalo Bills durante l'inverno e per i Boston Red Sox durante l'estate.

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