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Dedicato a tutti quelli che hanno perso la vita mentre correvano al limite

«Dedicato a tutti quelli che hanno perso la vita mentre correvano al limite».

Così si chiude ‘1’, il documentario sulla Formula Uno prodotto dalla Exclusive Media Group per Amazon Prime Video, con la regia di Paul Crowdwer.

È una pellicola del 2013 da poco meno di due ore, composta da filmati d’archivio e interviste esclusive, con ancora la presenza di tanti degli amati campioni che oggi non sono più con noi, piloti storici del calibro di Michael Schumacher o Niki Lauda.

Tratta del periodo più buio della Formula Uno, dove a ogni weekend di gara non si sapeva chi sarebbe riuscito a vedere la bandiera a scacchi, quindi la fine della corsa, illeso.

Si apre con le immagini di un brutto incidente: siamo a Melbourne, il 10 marzo 1996, e il pilota Martin Brundle è appena volta contro una barriera insieme alla sua monoposto durante il GP d’Australia. Ne uscì senza un graffio e riuscì anche a riprendere la corsa dopo l’interruzione da lui causata. Tutti, sebbene ancora increduli, erano consapevoli del fatto che, fino a pochi anni prima, sarebbe sicuramente morto sul colpo, aggiungendosi alla già numerosa lista di scomparsi.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli uomini dovevano dimostrare grande eroismo alla guida. Con il passare del tempo, invece, si instaurerà nei cuori degli appassionati un senso di indignazione: non era più accettabile morire in nome dello sport. Nessuno voleva più vedere i propri miti abbandonarli troppo presto rispetto al loro tempo.

Tuttavia, prima di arrivare a una qualche concreta soluzione al problema, dovettero rimetterci la vita una lunga serie di giovani promesse, che lasciarono dietro di loro una scia di amara tristezza e un senso via via più profondo di insicurezza riguardo le proprie decisioni di vita. Valeva davvero la pena tutto ciò?

Come viene spiegato come a un certo punto, nella storia della Formula Uno, le prestazioni delle macchine cominciarono a superare quelle delle strade, che restavano del tutto inadeguate rispetto al perfezionamento che avevano ricevuto le monoposto (sia di motore che per l’aerodinamica). Da lì iniziò la discesa agli Inferi dei piloti: senza protezioni, con i primi ‘mostri’ di vetture che andavano al doppio della velocità precedente ma che per contro potevano facilmente prendere fuoco, è facile capire come si sia arrivati a quella catena di infortuni e decessi.

Il pilota tedesco Jochen Ridnt sarà il primo a preoccuparsi della sicurezza delle monoposto in corsa, finendo per lasciarci lui stesso la vita durante una di queste.

Era il 5 settembre 1970, durante il Gran Premio d’Italia a Monza. Al tempo, correva al fianco di Graham Hill con la Lotus. Si trovava primo in classifica quando, nelle qualifiche del sabato, perse il controllo e urtò violentemente il guard-rail, morendo sul colpo.

Per la prima volta, proprio a Rindt, venne assegnato il titolo di campione del mondo postumo. Ma, ovviamente, nessuno festeggiò quel successo.

Secondo alcuni, ci vuole proprio una tragedia per poter migliorare. E così, cominciò un tortuoso e difficile percorso che ancora oggi prosegue e apporta migliorie per poter sempre più salvaguardare questi fuoriclasse delle quattro ruote.

In seguito, sarà la decisione di Niki Lauda di ritirarsi dal Gran Premio del Giappone, sul circuito del Monte Fuji, che cambierà completamente lo sport.

Il 24 ottobre del 1976, a causa della forte pioggia, Lauda abbandona la corsa per non rischiare (nuovamente) la vita, dopo il terribile incendio della sua macchina avvenuto poche settimane prima nel circuito del Nurburgring. La vittoria passerà nelle mani di James Hunt, ma da quel momento nessuno vorrà più rischiare di vedere quel tipo di Formula Uno.

Infine, trattano dell’incidente che probabilmente ha più sconvolto il mondo. La morte di Ayrton Senna porterà a trattare la sicurezza delle macchine anche da un punto di vista scientifico.

Il fuoriclasse della Williams, che perse la vita il 1 maggio 1994 sul circuito di Imola, venne ‘preceduto’ nella tragedia da Roland Ratzenberger, che ci lasciò durante le prove del sabato del medesimo Gran Premio.

Queste sono solo alcune delle vicende che vengono portate alla luce in questo interessante e commovente documentario. Ascoltare la voce di chi ha avuto la fortuna/sfortuna di vivere quegli anni in prima persona, crea un effetto totalmente immersivo per uno spettatore appassionato.

Si fa riferimento anche alla nascita di alcune delle case automobilistiche storiche, oltre al mondo a sé stante della televisione e alla vita privata di alcuni del piloti più amati di quella generazione.

Inoltre, una nota che mi ha incuriosita parla delle mogli dei piloti, che ruotavano anche loro intorno a questo universo, anche se spesso non vengono citate nei vari film su questo adrenalinico sport. Erano le vere cronometriste, nonché delle pazientissime compagne, sempre pronte ad appoggiare l’infinita voglia di spingersi al limite dei loro compagni.

Ognuno, con le proprie memorie, contribuisce ad aggiungere un tassello nella storia della Formula Uno.

Articolo scritto da Cristina Castagnola

Appassionata di equitazione, fotografia e tanto amore per qualunque sport. Tutto ciò che riguarda l’arte, in ogni forma, occupa un posto importante nel mio cuore.
Laureata in lingue in triennale e in comunicazione in magistrale (work in progress).
Nessuna paura di faticare, in Liguria siamo abituati a lottare anche contro la nostra stessa terra.

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