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Nadia Comaneci, la piccola stella del comunismo

Le sfide, il dolore e la rinascita di colei che ha fatto la storia della Ginnastica artistica

Lo avevano detto, a Bart.

Lo avevano invitato con una chiamata e tra i dettagli c’era anche: “Ci sarà anche Nadia!”. Si sarebbero incontrati di nuovo, finalmente, e sarebbe stato come tanti anni prima a New York: all’epoca lei aveva 14 anni, lui 17, e in quel Madison Square Garden gremito di persone entusiaste per lo spettacolo appena vissuto, erano lì in mezzo a tutti, l’uno vicino all’altra. Sorridenti.

E se non era difficile vedere Bart sorridere, la stessa cosa non si può dire per Nadia: piccolissima, i capelli scuri con la frangetta che le cadeva sulla fronte e sfiorava gli occhi, il piccolo naso appuntito, quegli zigomi spigolosi che contraddistinguono le ragazze dell’Est. Un’espressione costantemente seria sul volto: leggera come una rondine, doveva sopportare tutto il peso del mondo, o forse di una sola Nazione, ma non lì. Non in quel momento.

Entrambi, in quel freddo giorno di marzo del 1976, vinsero il titolo dell’American Cup e mentre erano lì, vicini ed eccezionalmente felici, il fotografo che doveva immortalare la premiazione fece cenno a Bart di avvicinarsi: “Kiss her” gli disse e lui, timido, ubbidì.

Nadia Comaneci Conner Alan Olley

Io non so se le cose andarono davvero così – questa è la versione di Bart Conner – ma mi piace pensare che sia una bugia, e che lui volesse davvero baciarla, lasciare su di lei un segno invisibile, legarle addosso il filo di Arianna e tenere saldamente l’altra estremità, per guidarla nel labirinto di dolore che l’avrebbe attesa di lì a poco.

The perfect 10

Nel mondo la perfezione non esiste. Nella ginnastica artistica, invece, esiste, ma fino all’Olimpiade di Montreal del 1976 non era contemplata: il merito di questa scoperta è tutto di Nadia, Nadia Comaneci. Nata nel 1961 nella Romania di Nicolae Ceausescu, arrivò a quell’appuntamento dopo 8 anni di allenamenti estenuanti, al limite dell’umano. La storia ormai è trita e ritrita: dopo la prova alle parallele asimmetriche, sullo schermo apparve lo score 1.0, ma la sorpresa non era solo dei tifosi, che si erano resi conto di aver assistito a qualcosa senza precedenti (non certo degno di un voto così basso), ma anche degli stessi giudici che avevano votato all’unanimità il 10, ma il sistema automatico di calcolo non era programmato per dare risultati a due cifre. The perfect 10.

Il rientro in Romania

Quel bacio sulla guancia. Quel bacio lei lo aveva quasi ignorato: estasiata dall’ambiente che la circondava, non si era neanche girata a guardare Bart. E senza guardarlo né ripensarci aveva anche fatto ritorno a Onesti, la città in cui era nata, abitava e si allenava. Nulla cambiò per lei e per la sua famiglia dopo quell’esperienza: la sua vita rimase fatta di miseria, serietà e tanto allenamento. Queste tre componenti non cambiarono neanche dopo il suo rientro da Montreal, ma il fatto di tornare da eroina nazionale con cinque medaglie – di cui tre ori – non giocò a suo favore, anzi. La sua fama attirò le attenzioni del regime e in prima persona il dittatore stesso iniziò a voler sfruttare l’immagine cristallina di Nadia come simbolo del successo del Comunismo.

famiglia Ceausescu

Nicu, il figlio prediletto di Nicolae, aveva un’idea malsana di fare la corte: bastava chiedere a papà. E così Nadia fu costretta a trasferirsi da sola da Onesti a Bucarest, dove veniva sorvegliata costantemente dagli uomini del Capo di Stato rumeno ed era il “simpatico animaletto da compagnia” di Nicu. Doveva solo pensare ad allenarsi, ma la piccola non riusciva a mantenere la concentrazione e veniva colpita da continue crisi che la portarono a prendere peso. Nadia entrò in depressione e quasi per miracolo venne salvata quando, nel bel mezzo di uno di quei momenti di dolore, si avvelenò. Sola, lontana da casa, non aveva più uno scopo. Anzi, lo scopo esisteva, ma le era imposto da altri: erano ormai passati i tempi in cui Bela – l’allenatore di Onesti – le chiedeva venti piegamenti e lei ne eseguiva quaranta.

Assieme avevano fatto grandi cose. Quanto lavoro e quanta fatica, quanto sudore aveva bagnato il pavimento di quella piccola e maleodorante palestra nella piccola Onesti! Bela, al secolo Karolyi, cognome che svelava le sue origini ungheresi, era severo ed esigente e aveva sfiancato Nadia fin dall’età di sei anni, ma un giorno un report dell’Intelligence rumena dichiarò che Nadia si sarebbe trasferita a Bucarest e che Karolyi era sollevato dall’incarico di allenatore. La condanna di Bela era stata determinata da un fatto accaduto pochi giorni prima: un giovane di bell’aspetto, con un viso viziato dalla presunzione e dalla cattiveria e le movenze di un uomo tanto sicuro di sé quanto violento, un giovane di tali fattezze entrò nella palestra dove si allenava Nadia con due guardie del corpo.

«Dove sono le mie ragazze?».

«Tue? Chi sei? Vattene subito!» ribatté Bela, che per sua sfortuna non riconobbe Nicusor.

Tempi passati, quelli con Bela. Questo almeno pensava Nadia, ma il regime, nonostante i Comunisti fossero assolutamente insensibili allo stato di salute di Nadia in sé, vedeva avvicinarsi i mondiali e una delle pochissime armi di propaganda a loro disposizione non sembrava avere le forze di reggere una Nazionale e portare in trionfo la Romania. Avevano ragione: benché avessero deciso di riportare Karolyi vicino a Nadia, la rassegna iridata del 1978 a Strasburgo fu un disastro per la minuta ragazza di Onesti. Troppi pochi i cinque mesi a disposizione dei due per rimettersi in forze.

Tuttavia, la presenza di una persona come Bela, le diede energia e nuova linfa vitale. La sua vita era sempre paragonabile a una navigazione durante una tempesta, ma se prima aveva sotto il corpo solo un piccolo lembo rimasto della nave naufragata, ora aveva trovato il suo Alcinoo e come Odisseo navigava su una barca contro il volere del Cronide. Assieme a lui Nadia voleva tornare a essere la migliore.

L’anno successivo, agli Europei di Copenhagen, tornò sul podio. Nel 1980 la nazionale rumena conquistò l’argento alle Olimpiadi di Mosca.

The United States of America!

Nel 1981 per Nadia e Bela venne organizzato un tour negli Stati Uniti: Nadia lo avrebbe descritto come un pianeta sconosciuto e ammise di non aver mai visto così tanti colori in vita sua. Fatichiamo a capire quanto poteva essere grande lo stupore di una ragazza di un piccolo Paese comunista che approdava nel Sogno americano, in un periodo storico, peraltro, decisamente particolare come quello della Guerra fredda.

Anche al di là dell’Oceano, il regime controllava assiduamente la sua proprietà attraverso la polizia segreta. Nonostante questo, Bela scelse comunque di rimanere in quel mondo fatto di luci e colori. Nadia, invece, aveva di fronte una scelta ben più complicata: restare negli USA non significava solo mettere a rischio la propria sicurezza, ma anche e soprattutto quella della sua famiglia. Un prezzo che non era pronta a pagare. Fu così che prese quell’aereo e tornò a Bucarest, da sola. Di nuovo.

Il 1989 e un Muro che cade

Nel vecchio continente il Comunismo crollava e a Berlino finalmente si riunivano le due metà, quella a Est e quella a Ovest. In tutta Europa, tranne che in Romania. A Bucarest Ceausescu venne rieletto all’unanimità e si avrebbe dovuto aspettare ancora un mese prima che il dittatore venisse destituito e fucilato nel giorno di Natale.

Quando si legge la storia, è difficile rendersi conto della profondità del tempo. Siamo così abituati ad accettare come vicini eventi storici che occorrono a distanza di mesi, se non anni, che è necessario fermarsi e riflettere su quanto può accadere in un mese. Quanto può apparire senza fine un arco di trenta giorni nella percezione umana? Se poi sommiamo a questa durata l’incredibile vivacità di quei giorni… Immaginate l’agitazione nei cuori dei rumeni, l’attesa del compimento di qualcosa che ormai era un odore nell’aria. Lo si sentiva, qualcuno forse anche lo vedeva. Eppure, non arrivava. Immaginate quanto può durare un giorno in questo stato d’animo: ora pensate che domani sarà un altro oggi. E reiterate ogni giorno questo pensiero, per più di trenta volte.

Il 25 dicembre Nadia era già in Austria.

Una volta ritiratasi dall’agonismo nel 1984, aveva iniziato a meditare la fuga e quando, il 9 novembre del 1989, il simbolo del Comunismo cedette, decise di mettere in atto ciò che aveva studiato fino a quel momento. Le sue preoccupazioni erano ancora tutte per la famiglia e Nadia si confidò con il fratello, Adrian. Fu lui a incoraggiarla e le disse che quella era la strada giusta da percorrere.

Il 27 novembre la piccola antica stella del Comunismo rumeno varcava il confine con l’Ungheria, dopo ore e ore di silenziosa marcia notturna sopra un manto bianco e ghiacciato. I silenzi sono diversi l’uno dall’altro e quello era un silenzio scricchiolante, freddo, che pareva infinito. Assieme a lei, c’erano altri quattro esuli e l’uomo che camminava davanti a loro e li guidava nel buio della notte rumena. Si chiamava Constantin Panait.

Back to the USA!

Constantin divenne un punto solido nella fuga di Nadia verso gli Stati Uniti: giunta a Vienna aveva chiesto asilo politico nell’ambasciata americana e al momento del suo atterraggio al JFK di New York al suo fianco c’era proprio Constantin, che si autoproclamò suo manager, e salvatore. In realtà, la paura di perdere il proprio tesoro vivente lo avrebbe reso sempre più solamente un altro carnefice, impedendole ogni contatto non ufficiale con il mondo. La prigionia in un Paese che non conosceva, ancora una volta sola, poteva solo essere sopportata con pazienza, attendendo una via d’uscita difficile da immaginare. Bela… Dov’era Bela?

Bela aveva cercato di incontrare Nadia, ma Panait glielo aveva impedito. Fu allora che l’ex allenatore chiese aiuto a un altro rifugiato rumeno, l’amico Stefan. Stefan contattò Constantin per un ingaggio fittizio ma questi, resosi conto dell’inganno, fuggì con tutti i risparmi di Nadia. Per lo meno, lei era finalmente tra le braccia di una persona che le voleva bene.

Il lieto fine

Bart non l’aveva mai dimenticata e quando la rivide per la prima volta dopo tanti anni in quello studio televisivo, e la guardò negli occhi, in quei piccoli specchi sferici capì che lei si ricordava a malapena di lui.

Mesi dopo, Stefan perse la vita e ancora una volta Nadia si ritrovò senza un posto dove stare e sola. Tuttavia, in quei giorni aveva pensato e ripensato a un’unica cosa: un piccolo biglietto da visita che Bart Conner le aveva messo nelle sue minuscole mani. Anche se faticava a ricordarsi di lui, non era riuscita a rimanere indifferente al suo atteggiamento, gentile e premuroso, nei suoi confronti. Prima di separarsi le aveva baciato la guancia e aveva estratto dal portafoglio quel biglietto.

Squillava.

«Vieni qui da me».

Nadia e Bart si sono sposati nel 1996 e hanno un figlio.

Se in questa storia lo sport riveste un ruolo fondamentale, questo è anche un racconto sull’amore. Il coraggio di Nadia Comaneci nel momento in cui decide di fidarsi di Bart è struggente: la percezione dell’amore non è qualcosa di assoluto, ma cresce assieme a te e prende le sembianze delle esperienze che vivi.

L’idea di amore nella quale Nadia fu immersa fin dalla giovinezza era un’idea perversa, basata sul controllo, sui lividi e la violenza, lontana dal calore della famiglia. Riuscire a dare all’amore una seconda chance, è forse la sfida più difficile che abbia affrontato. Anche più del 1.0. Forse è stato questo, anche questo, il suo Perfect 10.

Articolo scritto da Luca Dalla Marta

Al Liceo era un grande appassionato di sport, ma vedendo che il professionista proprio non riusciva a farlo, si è buttato sulla scrittura. Gli piace raccontare lo Sport immerso nella Storia, uno Sport nobile e lontano dalle chiacchiere da bar (anche se queste, lo ricorda sempre, sono il motore del professionismo).

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