in ,

Lou Gehrig, l’uomo più fortunato sulla faccia della Terra

Ottantasei anni fa il memorabile discorso del 4 luglio al mondo del Baseball

“To be Wally Pipped”.

In gergo americano significa “essere messi da parte”.

Walter Pipp, detto Wally, è considerato uno dei migliori battitori di tutta l’American League nella “dead-ball era”, ovvero un periodo tra il 1900 e il 1920 in cui i punti segnati e i fuoricampo battuti erano davvero rari. Tutto questo a causa delle spitball – che allora erano legali – dei lanciatori.

Le spitball sono dei lanci in cui la palla viene sporcata con sostanze, adesso illegali, come la saliva, che non permettono di colpire bene con la mazza.

Nonostante ciò, per due anni consecutivi, nel 1916 e nel 1917, Pipp batte più fuoricampo di tutti nell’American League.

È sempre lì, vicino al cuscino di prima base, titolarissimo dei New York Yankees dal 1915.

Nato a Chicago e figlio di due tedeschi, è cresciuto a Grand Rapids, Michigan. Quando è bambino, mentre gioca a hockey su ghiaccio – in Michigan è quasi una religione – viene colpito dal puck (disco) in testa. Quel colpo è tremendo, perché da quel momento Wally soffrirà di emicrania per tutta la vita.

Con gli Yankees vince le World Series 2023, contro i rivali cittadini, i New York Giants. Le vince da titolare, sempre lì, in prima base.

L’emicrania continua a non abbandonarlo e arriva quello che si può definire come il giorno del giudizio.

Il 2 giugno 1925 si gioca allo Yankee Stadium contro i Washington Senators. Pipp si presenta allo stadio in condizioni terribili: quel giorno l’emicrania è tremenda e chiede al preparatore atletico due aspirine per poter giocare.

Il manager degli Yankees, Miller Huggins, ascolta la conversazione e decide:

“Wally, prenditi la giornata libera. Oggi proviamo il ragazzino, Lou Gehrig, in prima. Così puoi riposarti e domani puoi giocare”.

Invece, non succederà.
Pipp non giocherà il giorno dopo e neanche quello dopo ancora.

Dal 2 giugno 1925 fino al 30 aprile 1939, quel posto sarà occupato da Henry Louise Gehrig, detto Lou.

Esatto, per ben quasi quattordici anni.
Senza MAI saltare una partita.

2130 partite consecutive. Sempre lì. In prima base.
Condite da 6 World Series vinte, 2 MVP dell’American League, una Tripla Corona, 7 All-Star Game.

“The Iron Horse”

Ha giocato – e soprattutto vinto – con leggende come Babe Ruth, Joe DiMaggio e Jimmie Foxx.

Ma succede qualcosa a metà della stagione 1938.
Lou non si sente bene, sente che gli mancano le forze. Durante lo spring training nel 1939 sviene più volte in campo.

Inizia la stagione, ma non è il Lou Gehrig che tutti conoscono.

Il 30 aprile 1939, alla sua 2130esima partita consecutiva, contro i Washington Senators – l’avversaria con cui ha iniziato questa striscia clamorosa – non batte valido.

Due giorni dopo, il 2 maggio, decide che non scenderà sul diamante.
Per la prima volta dopo quattordici stagioni.

Gli arbitri, quando ricevono il lineup dallo stesso Gehrig, non ci vogliono credere. Nessuno ci crede.
Dallo Yankee Stadium parte un applauso lunghissimo.

Per tutta la stagione 1939 Gehrig non giocherà.

Gli è stata diagnosticata la sclerosi multipla amiotrofica.

Non c’è nessuna cura, i sintomi sono terribili: paralisi, difficoltà nel parlare e anche solo nel deglutire, e un’aspettativa di vita non oltre i tre anni.

Il 19 giugno 1939 Gehrig rende pubblica la sua malattia e annuncia ufficialmente il suo ritiro.

Ma è il 4 luglio di quello stesso anno che si scrive la storia.

Nel giorno in cui si celebra l’indipendenza degli Stati Uniti d’America, va in scena il momento più emozionante nella storia del baseball – e forse di tutto lo sport.

In uno Yankee Stadium gremito, prima di una partita contro i Washington Senators (sempre loro!), Lou Gehrig prende la parola:

“Cari tifosi, nelle ultime settimane avrete sentito del difficile periodo che sto attraversando.
Oggi mi sento l’uomo più fortunato sulla faccia della Terra.
Per 17 anni ho giocato negli stadi e ho sempre ricevuto affetto da voi tifosi.”

86 anni fa, Lou Gehrig era l’uomo più fortunato sulla faccia della Terra.
In un discorso che mette i brividi anche solo a leggerlo.
Anche perché c’è il video originale che si può reperire facilmente su YouTube.

“Concludo dicendo che sto attraversando un brutto periodo, ma ho tantissimo per cui continuare a vivere.”

Gehrig lascerà questo mondo appena due anni dopo, nel 1941.

Ma la sua eredità e le sue parole non verranno dimenticate.

Articolo scritto da Matteo Orsolan

Per gli amici Orso, ama alla follia gli sport americani, finge di giocare a basket, ma guarda soprattutto il baseball e il football americano. Folgorato dal braccio di Josh Allen, dai fuoricampo di David Ortiz e dalle magie di Manu Ginobili. Soffre per i Buffalo Bills durante l'inverno e per i Boston Red Sox durante l'estate.

Cosa ne pensi del post?

Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

      gravel

      Gravel: il ciclismo che ha rotto con la strada (e con l’ossessione per vincere)

      Sinner wimbledon 2025

      Il cielo è azzurro a Wimbledon