18 agosto 2026. Piazza del Campo aspetta da due giorni, sferzata dai temporali che hanno rimandato la Carriera del 16, e quando finalmente il canape si alza – dopo tre false partenze e un’ora di nervi – la storia scioglie in ottanta secondi tutto quello che si era accumulato in quarantott’ore di attesa. Il Nicchio scatta in testa e non si volta più. Alla curva di San Martino comanda già, e comanda fino alla bandierina del terzo giro, quando Giovanni Atzeni – che a Siena tutti lo chiamano Tittia – taglia il traguardo con il nerbo alzato. È la sua tredicesima vittoria. Ma è anche, per un attimo, una beffa del destino: pochi istanti dopo l’arrivo, mentre la contrada esplode di gioia, un uomo si getta sul tracciato per festeggiare e il cavallo Anda e Bola lo travolge, disarcionando Tittia, che sbatte la testa sul tufo e finisce in ambulanza verso le Scotte. Il re della Piazza, nella notte della sua consacrazione, cade da cavallo dopo aver già vinto.
C’è qualcosa di shakespeariano in questa immagine, la vittoria e la caduta cucite nello stesso istante, e non è un caso che il Palio, da sempre, sia raccontato più con le categorie del teatro che con quelle dello sport. Perché per i senesi il Palio non sarà mai uno sport.
Una festa nata prima ancora di chiamarsi festa
Bisogna intendersi su cosa sia, davvero, il Palio di Siena, perché chi lo guarda da fuori vede una corsa di cavalli di novanta secondi e chi ci è nato dentro vede un anno intero. Le sue radici affondano nel Medioevo, ma è nel Seicento che assume la forma che conosciamo oggi: dieci delle diciassette contrade – i rioni storici della città, ciascuno con il proprio stemma, il proprio santo patrono, la propria bandiera – si sfidano due volte l’anno, il 2 luglio per la Madonna di Provenzano e il 16 agosto per l’Assunta, in una corsa a pelo, senza sella, per tre giri di Piazza del Campo. Il premio è un drappellone dipinto da un artista diverso ogni volta, un’opera d’arte che diventa reliquia sacra appena entra nel museo della contrada vincitrice.
Non è la vittoria del cavallo migliore, e nemmeno soltanto quella del fantino più abile. È una partita a scacchi che dura mesi, fatta di alleanze segrete tra contrade, di partiti che si stringono e si tradiscono nella notte prima della corsa, di cavalli assegnati per sorteggio – la tratta – che possono consegnare la gloria o la disperazione. Alla “mossa”, il momento della partenza, i fantini si dispongono tra due canapi tesi, e lì si gioca già mezza corsa: aspettare il momento giusto, studiare gli avversari, a volte far west, sferzate di nerbo comprese, perché il nerbo – il frustino ricavato da un tendine di bue essiccato – si può usare anche per colpire gli altri fantini, non solo il proprio cavallo. È un rito arcaico che convive, senza contraddizioni apparenti, con le dirette streaming e i droni che oggi riprendono la Piazza dall’alto.
Gli scrittori italiani ci hanno provato, nel tempo, a spiegare cosa sia davvero il Palio. Eugenio Montale gli dedicò una poesia in “Le occasioni”, nel 1939, cogliendo nella festa senese un presagio cupo, quello di un’Europa che stava per bruciare. Aldo Palazzeschi, sul Corriere della Sera del 1926, descrisse la folla di Piazza del Campo come una massa che gioca, quasi divertendosi, alla discordia. Oriana Fallaci, giovanissima cronista, raccontò negli anni Cinquanta il rito del cavallo vincitore messo a capotavola al banchetto della contrada, servito su un piatto d’argento. Ognuno di loro ha visto, nel Palio, uno specchio dell’Italia: tribale, sacra, spietata e fraterna nello stesso momento.
Il ragazzo che aveva freddo
Giovanni Atzeni nasce il 13 aprile 1985 a Nagold, in Germania, da padre sardo emigrato per lavoro e da madre tedesca. Cresce però in Sardegna, dove la famiglia torna quando lui è ancora bambino, e lì impara ad andare a cavallo, grazie all’attività di allevamento del padre Franco, tramandata tra tre generazioni. Arriva a Siena poco più che sedicenne, notato da un fantino che in quegli anni è già una leggenda vivente della Piazza: Luigi Bruschelli, detto Trecciolino. È lui a invitarlo ad allenarsi nelle sue scuderie, a crederci prima di tutti. Ed è lì, tra le mattine gelide degli allenamenti coi cavalli, che nasce il soprannome che lo accompagnerà per tutta la carriera: il ragazzo, non abituato al freddo toscano, ripete in continuazione “tittìa”, espressione sarda che significa semplicemente “che freddo”. I senesi, che hanno il vizio meraviglioso di ribattezzare tutto e tutti, gli restano attaccati addosso quella parola. Da allora, per la Piazza, è Tittia.
Esordisce maggiorenne da poco, il 2 luglio 2007, e il debutto – significativamente – è nel Nicchio, la stessa contrada che diciannove anni dopo lo consacrerà alla sua tredicesima vittoria personale. In mezzo, una carriera costruita mattone su mattone: il Nicchio dei primi tentativi, sette corse senza mai vincere tra il 2003 e il 2018, poi le vittorie che iniziano ad arrivare altrove – Selva, Giraffa, Oca, Aquila – fino a diventare, senza clamore ma con inesorabile continuità, il fantino più vincente della sua generazione. Il 3 luglio 2026 vince con l’Aquila, la sua dodicesima Carriera. Poi arriva il 18 agosto, e arriva proprio nel Nicchio, il luogo dove tutto era cominciato e dove per sette volte aveva fallito. L’ottavo tentativo, quello buono, vale il tredicesimo trionfo. Con questa vittoria, Tittia raggiunge quota tredici sia luglio sia agosto nello stesso anno – il cosiddetto “cappotto” – un’impresa che a Siena capita di rado: prima di lui solo dieci fantini nella storia sono arrivati a tredici vittorie, e nessuno che avesse toccato quota dodici ha dovuto aspettare a lungo per il tredicesimo sigillo.
Il numero che manca
C’è un uomo, in tutto questo, che osserva a distanza. Si chiama Andrea Degortes, per tutti Aceto, ed è nato a Olbia il primo maggio 1943, figlio di un pastore sardo che – racconta lui stesso – lo picchiava ogni giorno e una volta gli mise una corda al collo. Aceto non ha mai frequentato la prima elementare. A quattordici anni si trasferisce a Roma con la famiglia, comincia a lavorare alle scuderie delle Capannelle, e a ventun anni, nel 1964, corre il suo primo Palio. Va male: la folla, allora, prendeva ancora a botte i fantini che deludevano, e lui scappa da una finestra piangendo, giurando che non correrà mai più. Cambierà idea, ovviamente. Tra il 1965 e il 1992 vince quattordici Palii, un record che nessuno, nemmeno Tittia, è ancora riuscito a eguagliare nell’epoca moderna della Carriera.
Aceto non è mai stato un uomo di mezze misure. Di sé ha detto, senza pudore: «Anche i miei avversari non possono non riconoscere che sono stato il migliore». Racconta di aver incontrato Papa Giovanni Paolo II, di aver ospitato Tony Blair e Luciano Pavarotti, di aver fatto cavalcare Mel Gibson e Andrea Bocelli. Racconta un aneddoto su Diego Armando Maradona, conosciuto in un’occasione mondana: il campione argentino gli avrebbe detto, guardandolo negli occhi, che lui e Aceto erano nati per essere “dios”. E quando gli chiedono cosa sarebbe diventato se non fosse nato fantino, risponde con la stessa sfrontatezza sarda che lo ha reso leggenda: «Fossi nato calciatore, sarei stato Gigi Riva».
Aceto e Tittia condividono, senza mai essersi davvero sfidati in pista nella stessa epoca, un’origine identica: la Sardegna, l’isola che ha regalato al Palio i suoi due fantini più forti degli ultimi sessant’anni. È una rivalità a distanza, immateriale, fatta di numeri che si rincorrono lungo i decenni. Con il tredicesimo successo dell’agosto 2026, Tittia si è portato a una sola vittoria da Aceto. Il record, cristallizzato dal 1992, trema per la prima volta in più di trent’anni.
Il fantino di mezzo
Tra i due, cronologicamente e narrativamente, c’è Luigi Bruschelli, il Trecciolino che aveva preso per mano quell’adolescente sardo pieno di talento e gli aveva insegnato il mestiere. Nato a Siena il 27 dicembre 1968, Bruschelli corre il suo primo Palio nel 1990 e vince il primo nel 1996; tra quell’anno e il 2012 mette insieme tredici vittorie, lo stesso numero che il suo allievo avrebbe raggiunto quasi quarant’anni dopo il proprio esordio in sella. È un dettaglio che a Siena non passa inosservato: l’allievo che eguaglia il maestro, nella stessa piazza, sullo stesso tufo dove il maestro lo aveva visto muovere i primi passi da fantino. Bruschelli, negli anni più recenti, ha attraversato anche pagine giudiziarie complicate, legate a un’inchiesta su maltrattamento di cavalli conclusa nel 2023. Ma la sua eredità sportiva, quella dei tredici sigilli e soprattutto quella di aver scoperto e cresciuto Tittia, resta scolpita nella storia della Piazza.
Il cavallo che sapeva leggere e scrivere
Ogni epopea del Palio ha bisogno anche dei suoi cavalli, e sarebbe sbagliato non citare uno dei più vincenti della storia. Panezio. Baio, nato nel 1968, esordisce nel 1972 e corre per tredici anni, venti Carriere in totale, vincendone otto: un record di longevità e di vittorie che nel Novecento hanno eguagliato in pochissimi. I contradaioli che lo hanno visto correre raccontano un animale quasi consapevole di sé, capace di mordere il canape per guadagnare posizione alla mossa, di interpretare le curve con una precisione che sembrava calcolo più che istinto: c’è chi, in Piazza, ancora oggi dice che Panezio “sapeva leggere e scrivere”. Ed è qui che il cerchio narrativo si chiude su sé stesso, perché tra il 1974 e il 1982 Panezio viene montato più volte proprio da Aceto, che su quel cavallo conquista alcune delle sue vittorie più importanti, nella Selva e nella Chiocciola. Il campione più vincente di sempre e il cavallo più leggendario della sua epoca, legati dallo stesso destino, nella stessa Piazza che ora aspetta di vedere se un ragazzo sardo cresciuto nelle scuderie di Trecciolino riuscirà, un giorno non troppo lontano, a raggiungerli entrambi.
Il rito che non finisce
C’è una colonna sonora, in tutto questo: il silenzio della Piazza colma di decine di migliaia di persone nell’attimo prima della mossa, rotto solo dal nitrito dei cavalli e dal tamburo che scandisce il corteo storico. La verità del Palio sta tutta nei numeri e nelle facce di chi lo vive: nella faccia di un contradaiolo del Nicchio che aspettava dal 1998, ventotto anni, e che il 18 agosto 2026 si è tolto la “cuffia”, il nomignolo un po’ crudele riservato a chi non vince da più tempo di tutti. Sta nella faccia di Tittia, che si rialzerà da una caduta rovinosa nella serata più bella della sua carriera. Sta nel fatto che un fantino di quarantuno anni, nato in Germania e cresciuto in Sardegna, sia arrivato a un passo da un record fissato trentaquattro anni fa da un ex pastorello di Olbia che non aveva mai messo piede in una scuola elementare. Il Palio, in fondo, è sempre la stessa storia raccontata da protagonisti diversi.

