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Il casco: eredità ed evoluzione

Da semplice copricapo a icona racing: la metamorfosi del casco

Una nuova stagione del Motorsport sta per iniziare, lo si capisce dalle presentazioni fatte dai team per le nuove livree.

Ogni anno però i tifosi aspettano con ansia soprattutto il reveal del casco che indosserà il loro pilota preferito, ormai elemento caratterizzante della personalità, nonostante oggi le diverse scuderie abbiano quasi limitato la libertà nella grafica per motivi interni e di sponsorship, rispetto a un tempo. Ma quando e come il casco è divenuto ciò che conosciamo oggi?

Gli inizi

Prima della nascita della Formula Uno i caschi erano di tela rinforzati, ispirati a quelli dell’aviazione e ai quali fu aggiunto il cinturino da stringere per farli aderire alla testa. Non erano ovviamente concepiti per proteggere il pilota da eventuali urti causati da un incidente, poiché la sicurezza non era ancora pensata nella dimensione racing che conosciamo da relativamente poco. A dire il vero i primissimi caschi erano semplici copricapi per proteggersi dal vento o dalla pioggia. Le gare nei primi anni del secolo scorso venivano disputate su strade ancora non asfaltate, motivo per cui nascono categorie come quella che in Sudamerica è conosciuta come Turismo Carretera.

Categoria che vide di passaggio un pilota che anni dopo, nel 1950, debutterà e si affermerà nel tempo come uno dei campioni indiscussi nella categoria regina del Motorsport, la Formula Uno. Quel campione era Juan Manuel Fangio.

Fangio

Ritornando al tema centrale, come già accennato la sicurezza non era sviluppata e adeguata, proprio perché siamo agli albori della pratica sportiva dell’automobilismo, basti pensare che proprio nel Turismo Carretera gli incidenti erano quasi sempre fatali e lo stesso campione argentino ha vissuto in quell’occasione un incidente in prima persona che costò la vita al compagno copilota.

Ma come e quando si è evoluta la concezione del casco nel mondo delle corse?

Dall’elmetto al casco integrale

La svolta avviene nel secondo dopoguerra, quando si passa dalla tela ad elmetti che venivano utilizzati fino a poco prima negli scontri bellici, fu il primo passo avanti nel materiale e nella resistenza dei caschi, vennero poi anche rivestiti e imbottiti. Di visiera ancora non si può parlare, ma come in aviazione erano utilizzati occhiali con gommatura per l’aderenza al viso e per trattenere l’acqua all’esterno in caso di pioggia.

A metà degli anni ’50 Bell modifica gli elmetti nei lati e sulla nuca per dare maggiore protezione, vengono applicate le prime visiere allungate al mento per la visibilità sul bagnato, ma solo alla fine degli anni ’60 si assisterà alla nascita del casco integrale come lo conosciamo oggi, o quasi. Innanzitutto fu sempre una creazione della casa statunitense Bell, era composto da una calotta che cambia radicalmente nella composizione con materiali combinati tra loro e molto più resistenti, la visiera però non è mobile ma fissata con delle clip, inoltre in questo periodo le calotte iniziano ad essere verniciate con colori a tinta unica, ma è da questo momento che il casco comincia il suo processo di trasformazione in oggetto pregno d’identità ed eredità.

In questi decenni la visiera diviene finalmente mobile e il casco assume forme diverse, mantenendo però la caratteristica integrale, siamo nel pieno della sperimentazione, anche perché ormai negli anni ’70 si affermano competitors di Bell nel mondo della Formula Uno.

Tra differenze e specificità

Tra i primi caschi caratteristici divenuti iconici nella massima categoria ricordiamo assolutamente quello del tre volte campione del mondo Jackie Stewart: una semplice verniciatura bianca per la calotta con un tratto distintivo lungo tutta la circonferenza della parte frontale, una semplice striscia carica di significato che rappresentava la fantasia scozzese tartan del suo clan, ovvero aggregazioni in base a legami di parentela tipici della società scozzese tradizionale.

Jackie Stewart

Ovviamente non è l’unico passato alla storia di quel periodo, ricordiamo ad esempio i caschi di James Hunt, François Cevert con i colori della bandiera francese, Emerson Fittipaldi con la bandiera brasiliana sulla calotta nera e rossa oppure ancora Carlos Reutemann che aveva l’intera calotta verniciata con un pattern che riprendeva i colori della bandiera argentina e la stessa poi riportata sul lato.

Arrivano poi anche gli anni dei primi sponsor, il casco diviene così ancor di più un oggetto di riconoscimento per i vari piloti e allo stesso tempo elemento fondamentale nelle prime logiche di mercato che verranno legittimate poi da Bernie Ecclestone di lì a poco. Indimenticabile il casco di Niki Lauda tutto rosso col suo nome e lo sponsor Marlboro in grande sul bordo della visiera, oppure quello del compagno di squadra Clay Regazzoni che invece era caratterizzato da un pattern bianco e rosso per la bandiera svizzera che si intonava perfettamente al logo del marchio di sigarette.

Oggi i caschi sono fatti prevalentemente in fibra di carbonio, leggeri ma estremamente resistenti e le visiere ormai sono addirittura quasi al pari di superfici antiproiettile, lavorazioni che hanno incrementato notevolmente la sicurezza per i piloti tanto quanto i costi, basti pensare che oggi un casco di Formula Uno arriva a costare circa settemila euro, tra materiali e soprattutto verniciature e aerografie fatte a mano da artisti molto talentuosi. Inoltre ci sono alcune differenze tra i caschi usati nelle diverse competizioni automobilistiche anche in base al paese di riferimento.

Ad esempio categorie europee, quindi gestite dalla FIA, come Formula Uno e WEC sovrappongono gli standard obbligatori di omologazione dei caschi per le gare, tra le due ciò che fa la differenza sono il cockpit e il veicolo nel complesso aperto o chiuso, nel secondo caso, quindi il WEC, non c’è obbligo di rinforzi in punti specifici, cosa che prima valeva anche per le categorie minori della stessa Formula Uno, come la Formula 3.

Oltreoceano invece, come nelle diverse categorie regionali e nazionali NASCAR e la Indycar vengono seguiti standard diversi da quelli europei della FIA, in entrambe le competizioni infatti a differenza di quelle europee è possibile notare un tubo posto sulla calotta del casco che funge da sistema di ricambio dell’aria.

Joey slogano casco NASCAR

Quest’ innovazione è divenuta necessaria viste le temperature elevatissime che possono raggiungere soprattutto le auto della Cup Series, per le quali si parla addirittura di 140°F che equivalgono a circa 60 gradi celsius, in un contesto di gara che può durare anche tre ore e dove si perdono svariati kg, rendendo quindi essenziale la concentrazione.

Possiamo vedere come il casco cambi nel colore e nella forma, ma la sua funzione resta uguale per tutti: parte dell’eredità del Motorsport e della sua evoluzione, tanto quanto di quella personale.

Articolo scritto da Iolanda Cozzolino

Cresciuta tra il profumo di benzina e l'essenza dei motori. Studentessa di Sociologia e comunicazione, per tutti "casco matto"

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