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Dino: la più grande sfida e sconfitta di Enzo Ferrari

La perdita prematura che plasmò il fondatore della casa automobilistica più importante al mondo

Fonte: Wikipedia

Enzo Ferrari, “il Drake” viene ricordato da chiunque abbia avuto mai il piacere di conoscerlo, come un uomo caparbio, testardo e sicuro di sé stesso e delle sue idee. Visse tutta la sua vita in segno del profondo amore e della passione che lo legavano alle automobili, ai motori e alle corse. Enzo però oltre ad essere stato “il fondatore della Ferrari” è stato nella sua vita privata anche marito e soprattutto padre.

La vita segnata

Il 19 gennaio 1932, nasce a Modena, Alfredo Ferrari, detto “Dino”, primogenito di Enzo e di sua moglie Laura. Dino come più volte affermava fiero Enzo Ferrari “era nato nelle e con le corse” e si appassionò a questo mondo fin dalla tenera età.

Da subito però mamma Laura e papà Enzo capirono che qualcosa in lui era “diversa”; i movimenti di Dino erano infatti molto rallentati e aggravati da una fatica esagerata che lo accompagnava tutto il tempo, una condizione per i suoi genitori “anormale” in un bambino così piccolo.

La diagnosi dei medici arrivò presto: Dino era affetto dalla sindrome di Duchenne, una forma grave di distrofia muscolare, incurabile, che porta problemi a camminare, correre, salire le scale ed alla progressiva atrofizzazione dei muscoli scheletrici colpendo per lo più maschi in tenera età, di preciso 1 su 3500.

Dino, nonostante la consapevolezza della sua condizione fisica, che sarebbe degenerata in fretta ad un certo punto della sua vita portandolo inevitabilmente alla morte, si dedicò devotamente ai suoi studi ed al suo lavoro al fianco del padre.

Dopo aver completato gli studi all’istituto tecnico Corni di Modena, conseguendo il diploma e diventando così perito industriale ottenne in Svizzera la qualifica di ingegnere con la discussione finale del progetto di un 4 cilindri 1500 cc, con due valvole di aspirazione e una di scarico; inizialmente Dino decise di proseguire gli studi in Economia e Commercio all’università di Bologna che però frequentò per un solo anno, consacrando poi sé stesso al lavoro esclusivamente nel mondo dei motori.

Dino Ferrari
Fonte: Wikipedia

Nel sangue di Dino, come in quello di suo padre, vi era una innata passione per le corse: oltre ad essere un ingegnere promettente, che lavorò e discusse anche spesso con suo padre per portare avanti le sue idee su auto e motori, Dino era anche un ottimo pilota e riusciva a mettere in pista (nell’autodromo di Modena) molte delle auto che gli venivano offerte da Enzo.

Chi visse questi due personaggi ed ebbe l’onore di conoscerli descrive Enzo come “un padre molto apprensivo non solo per i rischi che comportava la guida di un auto da corsa, ma anche per come questo avrebbe avuto un effetto negativo sulla fisicità già compromessa dalla malattia di suo figlio”. Dino dal canto suo, era un animo spensierato che fece in modo, nella sua breve vita di godere di ogni momento. Era un figlio presente e sempre pronto a confortare il padre in momenti difficili, l’unico forse a vedere il lato più sensibile del Drake e dargli effettivamente pace.

Ingegnere visionario

Dino lavorava arduamente nella fabbrica fin quando ne ebbe le forze fisiche; studiava ogni dettaglio e le testimonianze vicine a lui lo descrivono come un “visionario”. Aveva una visione futuristica per certi versi e conservativa per altri e cercava di applicarla anche ai motori spingendosi in luoghi inesplorati dell’ingegneria meccanica cercando di segnare il futuro del motore rispetto a come era stato concepito fino ad allora.

Contribuiva al lavoro del padre anche da casa quando la malattia gli impediva di lavorare, attraverso lettere e appunti che Enzo raccoglieva in un taccuino.

L’ultima grande impresa ingegneristica di Dino Ferrari fu l’impostazione di un motore 1500 cc: sebbene avessero diverse possibilità, Dino ed Enzo scelsero un motore 6 cilindri a V 1500 cc, il famoso motore 156. Il gioiello di Dino ed Enzo venne utilizzato non solo sulle macchine da corsa, ma anche sulle vetture da strada degli anni successivi che portano proprio il nome di Dino.

Enzo Ferrari
Fonte: Wikipedia

Nonostante l’impegno di Enzo e le cure mediche che cercò di garantire a suo figlio per tutta la sua breve vita, Dino si spense a soli 24 anni nella sera del 30 giugno 1956. Il taccuino su cui Enzo si appuntava tutti i suggerimenti che Dino gli presentava a sera, quando tornava da Maranello, rimase da quel giorno vuoto e si concluse con la frase “La partita è perduta”.

Enzo, nonostante durante gli eventi che lo vedevano protagonista o partecipante non facesse plasmare nulla, venne profondamente segnato dalla perdita del figlio: oltre ad essere il suo primogenito e colui il quale avrebbe preso le redini della fabbrica dopo la sua morte, era un anello importantissimo della catena Ferrari, un tecnico brillante sul quale il Drake contava molto e che diede un contributo molto forte al futuro vincente che avrebbe avuto la scuderia di Maranello.

L’impegno attivo del Drake nella ricerca

Dopo la morte di Dino, Enzo Ferrari cercò di trovare un modo di rendere onore a suo figlio anche dopo la sua scomparsa; dal 1956, Enzo iniziò a finanziare progetti di ricerca contro questa malattia, primo tra tutti quello dell’Istituto Mario Negri di Milano non solo per ciò che riguardava la terapia farmacologica ma anche la profilassi genetica.

Ferrari avviò anche contatti con diversi medici americani impegnati in questa ricerca e cambiò anche il destino della ricerca scientifica: lavorò infatti per incrementare il numero di fondi dedicati a questo settore e decise di erogare lui in prima persona borse di studio per medici promettenti che volevano devolvere la loro carriera proprio a questo campo della medicina.

Nel 1981 fondò all’Università di Milano, il Centro Dino Ferrari, per la ricerca contro le forme di distrofia muscolare.

La battaglia persa di Enzo con suo figlio Dino, lo plasmò per sempre: riuscì come egli stesso affermò a vedere le cose in maniera diversa da come le aveva sempre viste. La perdita di suo figlio gli tolse molto ma lo rese un uomo diverso.

La consapevolezza nel tramonto di Le Mans

In un aneddoto raccontato durante un’intervista dal Drake, traspaiono le paure più grandi di un uomo, di un padre che non riesce più a vedere il mondo come ha sempre visto perché impegnato a domandarsi quale sia la motivazione dietro alla sfortuna destinata invece al figlio:

Ero salito con il mio ragazzo, ancora vitale, sul bastione di San Marino. Da lì si domina la scoscesa valle del Marecchia, Era pomeriggio e il sole incendiava di colori impensabili la tela azzurra del cielo. Avevo affrontato le rampe portando una piccola radio. Volevo ascoltare le notizie di una Le Mans che le mie macchine stavano per vincere. Dino mi aveva seguito e partecipava sorridente alla gioia di quel momento. Ma sentivo che lui, ragazzo, aveva perduto il mio passo nella salita; la fatica tentava di nasconderla nel volto, ma non era il suo tempo. Ecco, io mi trovavo di fonte a quei colori fantastici, a quello scenario orrido nella sua bellezza, la radio portava il momento di una grande gioia e presentivo che mio figlio mi sfuggiva. Che l’avrei perduto! Cambiarono i riflessi del sole sulle nuvole, il cielo si tinse di toni irreali, più accesi, violenti. Il tramonto che mi si presentava neanche un Van Gogh avrebbe potuto dipingerlo come io lo vedevo. Era la mia verità. La verità di una gioia che si fondeva con un immane dolore. E’ anche quella l’eredità che il mio Dino mi ha lasciato, proprio in quel momento. Di aver imparato il significato di alcune parole essenziali, un significato che non si trova in nessun vocabolario. Della verità di quei colori e del coraggio che, in quell’attimo, non ho avuto! Ricordo un colloquio che ebbi con il latinista Sorbelli; si parlava di suicidio. Coraggio o viltà? Io sostenni coraggio, perché da un mondo conosciuto ci si tuffa nell’ignoto. Davanti al dirupo del Marecchia mi dissi che non avevo coraggio, altrimenti avrei abbraccio mio figlio e mi sarei buttato nel vuoto con lui. Avevo vinto una battaglia d’orgoglio, ma ne stavo perdendo una di estrema felicità, quella di padre. In quel momento capii perché l’uomo ha escogitato un’altra parola per difendersi da questa realtà. La parola è sfortuna, ma in realtà esprime soltanto quello che non si è potuto fare o prevedere”.

Articolo scritto da Martina Nisticò

Se potessi fare una sola cosa per il resto della mia vita quella sarebbe sicuramente parlare tutto il giorno di sport e macchine veloci. Nel mentre sono anche una studentessa.

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