Orfani.

Perché è questa la condizione in cui ci ha lasciato Michael Jordan.

Ci ha abbandonato quando smise, lasciando un vuoto incolmabile, che nessuno mai più avrebbe potuto riempire con personalità e genio, quelle di uno sportivo talmente grande da scavalcare il recinto del gioco ed entrare nella realtà comune in un gesto, in un corridoio, in un paio di scarpe.

Talmente grande da apparire fuori luogo nella gestione e nei rapporti.

Talmente grande da far apparire contemporanee delle immagini girate nel 1998.

Lui e i suoi compagni, eccezionali per capacità e tempismo, attori non protagonisti di una storia raccontata in modo altrettanto eccezionale nella serie più vista della storia di Netflix Italia.

Dove il tempo viene annullato e descritto come se fosse ieri, dove le emozioni si trasformano in pelle d’oca anche se negli anni ‘90 non seguivi l’NBA, dove Phil Jackson appare un maestro Jedi e Jerry Grause uno stratega che ha sbagliato l’ultima mossa.

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Dove saresti voluto essere Dennis Rodman almeno per 24 ore e ti chiedi chi sia il parrucchiere di Scottie Pippen.

Dove ti interroghi sugli occhi rossi di Michael e quanto possa valere la casa dove abita in questo momento.

The Last Dance sapevamo fosse bello, del resto lo abbiamo aspettato ed iniziato a vedere per questo.
Eravamo pronti anche ad essere stupiti.

È successo qualcosa di diverso.

Lo abbiamo fagocitato con la stessa fame con la quale aspettavamo Beverly Hills 90210, ne abbiamo parlato come se non fossero fatti realmente accaduti, lo abbiamo trasportato nel presente facendolo diventare piccolo, acerbo, adolescenziale.

Abbiamo invidiato la fisicità e la scaltrezza che non era tipica solo di quel basket ma di tutti i giochi di squadra nei quali non dovevi essere più bravo, dovevi essere più tosto.

Siamo entrati nelle storie di tutti, anche di chi ritenevamo marginale (parlo di chi non conosce i Bulls…) e avremmo voluto abbracciare Michael e Steve, ascoltare per ore Phil, chiedere a Jerry perché.

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Siamo tornati indietro e ci è piaciuto da morire.

E sulle note di Present Tense dei Pearl Jam ci siamo sentiti nuovamente orfani.

Di un campione fuori da ogni era, di un successo sportivo e della sua costruzione, di emozioni che solo lo sport e nessuna altra serie sa dare.

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