La dimensione del vuoto sociale che crea la mancata partecipazione ai Mondiali di Calcio della nostra Nazionale credo non possa essere ricordata ne paragonata. Anche perché l’ultima volta era il 1958, si giocò in Svezia, dove definitivamente terminò il calcio “mitico” che portò l’Italia ad essere conosciuta in tutto il mondo. Si iniziò a costruire (volontariamente o no) generazioni di giocatori e tecnici che avrebbero segnato decenni di calcio europeo, tra club e Squadre Nazionali (nonostante qualche sana disfatta…).

L’occasione diventò opportunità.

Il contesto era diverso, ma le responsabilità furono simili. La tragedia di Superga tracciò il confine oltre il quale si doveva vedere oltre, ma purtroppo restammo fermi su quella collina seguendo l’eco del dolore della scomparsa di una delle squadre più forti di sempre. Seguimmo la scia che ci portò fuori da Svezia ’58, si chiuse il cerchio.

Non ci siamo qualificati per Russia 2018 e l’errore ha iniziato a prendere forma il 9 luglio 2006, quando non trasformammo l’occasione di una vittoria nell’opportunità di migliorare e potenziare realmente il sistema, sfruttando l’onda lunga del successo.

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Abbiamo pensato che vincere bastasse per convincere, ci siamo esposti al sole d’estate mettendo gli occhiali scuri ma non mettendo la crema solare, abbiamo guardato il dito ma non abbiamo mirato la luna.

In più abbiamo peggiorato la situazione, esterofilando l’identità. Serviva guardarsi intorno, serviva capire gli errori e trovare nuove soluzioni ma non era necessario mettere in gioco anche i punti di forza, quelli che escono dal DNA, calcistico e sportivo, di ogni italiano.

Noi sappiamo difendere e vincere nell’emergenza. Sappiamo aggirare e raggirare con educazione e non farci vedere colpevoli, sappiamo essere furbi, scaltri ed abbiamo una capacità di leggere le situazioni superiore a 2/3 delle nazionali di tutto il mondo, sappiamo fare di tutta un’erba un fascio e fasciarci la testa senza essercela rotta.

Non sappiamo vincere ma abbiamo una gran voglia di farlo, sappiamo cosa vuol dire stare insieme ma pensiamo che ci sia un confine solo personale dell’insieme, sappiamo fare gruppo ma non sappiamo fare sistema. Sappiamo creare, insegnare ma non valorizzare, sappiamo di sapere non sapendo di doverci aggiornare. Abbiamo battuto ogni “idea” di calcio che ci contrastasse ma pensiamo che la nostra non sia forte a tal punto da considerarsi vincente.

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Sappiamo scrivere la parola noi ma senza la N maiuscola.

Una sintesi coinvolta, una miscela di tante caratteristiche che sottolinea la certezza che non dobbiamo stravolgere il nostro “pensare” calcio, dobbiamo cambiare il nostro modo di “fare” Calcio.

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