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Jugoslavia, difetto e talento

Una concentrazione di talento sportivo fuori dal comune.

C’era una filastrocca di stampo politico che diceva:

“Sei stati, cinque nazioni, quattro lingue, tre religioni, due alfabeti”

e che sottolinea la complessità di una terra difetto e pregio di se stessa.

Molti hanno definito la ex-Jugoslavia dello sport come il Brasile d’Europa, per la incredibile capacità di sfornare atleti di altissimo livello che sappiano uscire dagli schemi, con estro, tenacia e abilità.
Nessun condizionamento climatico (i paesi scandinavi eccellono negli sport invernali per ovvi motivi..), nessun influenza culturale se non un retaggio storico di istruzione comunista, poca continuità nella strutturazione di progetti e pianificazioni.

Nonostante questo le straordinarie eccezioni sono essenzialmente due:

  1. La prima è relativa al rapporto popolazione/sportivi/talenti. I paesi dell’ex-Jugoslavia contano circa 20 milioni di abitanti divisi in 6 stati (Slovenia, Croazia, Serbia, Bosnia ed Erzegovina, Montenegro e Macedonia) figli di una delle guerre più cruente degli ultimi 50 anni, nei quali si è seguito l’abbrivio della cultura sovietica con risorse economiche inferiori ed in alcuni casi addirittura intangibili da investire nel mondo dello sport. Nonostante questo una prima sommaria panoramica ci dice che la qualità/quantità di talenti esportati in diverse discipline è superiore a qualsiasi altro paese europeo.
    Talenti che sanno adattarsi e fare proprie le caratteristiche dei paesi che li ospitano non intaccando l’identità balcanica fatta di personalità forte, agonismo e qualità.
  2. La seconda è connessa alle discipline stesse. I talenti escono fuori prettamente negli sport di squadra. Pallacanestro, Pallavolo, Calcio, Pallanuoto.
    In un territorio che non è riuscito a fare sistema, nel quale storicamente si è stati incapaci ad accettare ed accettarsi, a valorizzare e rispettare le diversità, i talenti sportivi migliori sono usciti nelle discipline sportive dove è necessario fare sistema, dove il gruppo valorizza il talento e dove il campione esalta il gruppo.

Queste due eccezioni hanno fatto si che il territorio dell’ex Jugoslavia abbia avuto continuità anche dopo la sua divisione, che inverosimilmente ha dato modo di aumentare il numero di talenti esportati, in particolar modo da Serbia e Croazia.
Non di molti giorni fa la riflessione, se quel territorio partecipasse unito ai Mondiali di che squadra parleremmo?

Sicuramente di una squadra difficile da gestire ma con un potenziale da Finale.

Articolo scritto da Matteo Schiavone

Maturità scientifica, centrocampista non sufficientemente abile per fare il professionista con continuità, laureato in Scienze Motorie e specializzato in Management dello sport, Allenatore di Calcio e Calcio a 5 (Futsal ci piace di più) dal 2007, appassionato di Storia, Musica e Cinema con scarse attitudini allo studio ma spiccate inclinazioni alla curiosità.

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Comments

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  1. Io sono convinto che il definitivo salto di qualità le squadre dell’ex Jugoslavia l’hanno fatto nel momento in cui la Storia le ha separate e hanno smesso di giocare per sotto un’unica bandiera, ma che non era la loro.

  2. Quando si parla di sport nella ex Jugoslavia, come hai scritto tu Matteo, va evidenziato come si dia il meglio negli sport di squadra!
    Secondo me questo è sia un punto di forza ma a volte si dimostra un limite, spesso invalicabile….
    Un punto di forza perché se si riesce ad incanalare il loro grande spirito di appartenenza e lo si somma per ogni componente della squadra in questione e lo si abbina all’ immenso talento che la maggior parte di loro ha, allora viene fuori qualcosa tipo l’attuale Croazia nel calcio o l’attuale Serbia nel basket o l’attuale Montenegro nella pallanuoto.
    Un limite invalicabile perché in molti casi, devo dire soprattutto nel calcio, il loro talento e le loro capacità rimangono nascoste o vengono sopraffatte da quel “senso estetico” in cui spesso si perdono, per poi scadere nello specchiarsi facendogli perdere di vista l’obiettivo finale, che non per forza deve essere la vittoria, ma in alcuni casi può essere un ottimo piazzamento.
    Comunque sia per parlare di talento, citofonare ex jugoslavia!!!!!

  3. Concordo con Alfredo: il motivo di questo successo mi sembra nel grande patrimonio di agonismo, rabbia e “cattiveria sportiva” radicato nella storia recente e non di quell’area. Rabbia che da noi oggi scarseggia un po’ e che dobbiamo ritrovare. Speriamo senza il bisogno di passare tutto quello che hanno passato i poveri ex jugoslavi.

  4. L’estro unito al dinamismo e alla cattiveria agonistica. Più che il Brasile mi ricorda una nazionale molto sottovalutata, l’Uruguay (che, per inciso, è la nazione con il rapporto calciatori/popolazione più alto del pianeta, con risultati spesso di assoluto valore).

  5. Verissimo quello che dici.Gli “slavi” sono alti ,forti ,e provengono da popolazioni “cattive e feroci” .Ricordiamoci del Principe Vlad l’Impalatore (Vlad Dracul il Vamopiro) che fece impalare più di 1000 tra prigionieri,oppositori e già morti,per terrorizzare l’esercito che stava per attaccarlo,tanto che i soldati nemici fuggirono a gambe levate.Questa cattiveria atavica l’hanno convertita in dinamismo e grande agonismo sportivo,(anche se durante la guerra che si è svolta dopo la caduta dell’ex Jugoslavia ne hanno fatte di cotte e di crude).Non è che noi, tra la Santa Inquisizione e le lotte con i Mussulmani, avessimo fatto di meno,ma poi ci siamo calmati ,adesso abbiamo meno fame, siamo più giocolieri,artisti del pallone e quindi importiamo mercenari più adatti alla pugna.
    Vediamo se qualcuno polemizza per quello che ho detto.
    Comunque il tuo blog è sempre più bello.A presto

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