Italrugby croce e delizia

Rugby, croce e delizia

Sono stato un amante del Rugby, ne sono stato innamorato ma sono stato fortemente deluso. Speravo mi stupisse, speravo evolvesse la sua dimensione e forse mi sono creato troppe aspettative.

Il Rugby è il progenitore del Calcio o come qualcuno lo ha descritto il fratello maggiore sfortunato, quello che ha insegnato tutto al fratello più piccolo su come si sta al mondo e su come ci si comporta ma che alla fine viene messo in secondo piano dal fascino e dalla forza di chi brilla di luce propria.

Ancora più sfortunata la sorte del Rugby in Italia che, come tanti sport “minori” (quanto non mi piace questo termine…), deve inventarsi nuove strategie, creare interesse e spingere oltre misura sull’acceleratore per ritagliarsi uno spazio meritato e molte volte dovuto.

Uno sport nobile e fisico, dalle regole discutibili e in controtendenza allo spirito di chi lo pratica, avanzando verso la meta ma con l’obbligo di muovere la palla indietro.

Una disciplina caratterizzata dall’educazione, dal rispetto e dall’anacronistica rivalità dimensionata all’interno del rettangolo di gioco, dove ci si affronta, si lotta, si spinge e si respinge, dove l’avversario va placcato e va fermato ma che resta tale senza provocazioni, aggressioni e mancanze di rispetto.

Rugby, fascino e limiti

Il rugby ha nel suo fascino il più grande limite, o meglio ancora, il grande limite nella sua migliore espressione.

Terzo tempo, abbracci dopo scontri titanici, fratellanza alcolica e nervosismi da figli dei fiori, mischie senza risse e muscoli autentici, tifo senza cori e guerre senza armi, magiche atmosfere e stadi pieni, cultura dello sport e sportivi confronti che puntano alla vittoria.

Detto questo, il fascino però non arriva dalla disciplina stessa, non si percepisce dal suo gesto tecnico o dall’accessibilità alla gara ma dall’atmosfera che si crea, dalla strana (e poco italiana) assenza di ricerca del risultato, da tutto quello che non è rugby giocato.

Per semplificare le cose l’attrazione scaturisce dallo scontro ma la vera passione si consolida fuori dal campo.

Tornando alla vittoria, al prestigio internazionale, dovremmo parlare di un qualcosa che non fa parte del DNA della nostra nazionale, probabilmente la peggiore tra gli sport di squadra del panorama sportivo italiano attuale, nei quali sappiamo primeggiare e districarci come poche nazioni al mondo.

Italrugby al Sei nazioni

Siamo riusciti con una astuta mossa politica a entrare nel Torneo più prestigioso, a trasformarlo in Sei Nazioni facendo pensare al mondo che fossero strutturate radici celtiche, anglosassoni o galliche considerando di secondo piano le nostre assenze di praticanti sul territorio strutturando una fitta schiera di appassionati non agonisti che seguono i big match e che conoscono solo il termine Touche (che fa molto figo…).

Allora è iniziata la naturalizzazione bulimica degli Atleti d’Elite e gli investimenti scellerati in leghe lontane, l’utopica idea di accelerare i processi culturali e la debole ambizione di proiettare il rugby in una dimensione che, in Italia, non può avere nella breve distanza.

Si è investito nei vivai, ma considerato il numero dei tesserati, i frutti potranno vedersi tra qualche anno o addirittura non vedersi per niente.

Lo sport stesso non offre grandi appigli che lo rendano affascinante: Si gioca in 15 (tanti atleti da reclutare) con riserve necessarie data la cruenza degli scontri e la dinamica di una gara, la palla va indietro (movimento innaturale per chi ha una palla in mano o al piede) ma si deve andare avanti, tante troppe regole che limitano la lettura semplice, detto questo l’ItalRugby non ha dato una grande mano.

Oggi la grande sconfitta non sta nel 12% di vittorie complessive nel Sei Nazioni ma sta nella quasi certezza da parte di chi assiste alla partita nella vittoria della squadra avversaria.

E questa sensazione preventiva è uno schiaffo a chi questo sport lo pratica settimanalmente , a chi ambisce e gestisce società che probabilmente meritano una posizione diversa nello scacchiere strategico, una forma realistica e meno stellare.

Italrugby sei nazioni 2019

Al rugby italiano forse servirebbe più dedizione e meno ambizione, più sostanza e meno celebrazioni del prima, più certezze e meno delusioni del dopo.

Rugby italiano, quale futuro?

Il Rugby può purtroppo contare solo su stesso e, come è riuscito ad uscire dalla provincia e proiettarsi in TV, potrà trovare la strada che lo porta nella sua corretta realtà, la stessa che lo porterà a vincere e farci esaltare anche senza abbracci di derisione o birre da brindisi da sconfitta.

Servirà più tempo del previsto e di questo tutti ne devono essere coscienti.

E se l’ItalRugby dovrà fare la sua parte dovrà ripartire dallo spirito di battaglia di chi si sente incredibilmente, spavaldamente, territorialmente italiano e che piange durante il suo inno come punto di arrivo di una carriera e non come emozione da Stadio.

Se poi dovessimo fare anche un discorso legato alla Comunicazione ed al Marketing, in questi anni sono state fatte cose meravigliose, la forma provinciale ha dato spazio a quella nazionale ed internazionale e poche righe non basterebbero per descriverne il lavoro di spessore.

Oggi però il Rugby ha bisogno di certezze e non di fumo, di ritrovare la sua corretta dimensione continuando a sfruttare quei palcoscenici che si è faticosamente meritato ma nei quali deve essere protagonista con umiltà e scaltrezza italiana.

 

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Wow, ottimo post! Mi è piaciuto molto leggere la tua storia, davvero stimolante 🙂 Ruby è solo un grande gioco.