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Tattica del suicidio

Partiamo da un assioma. Nel calcio vince chi ha gli attori migliori.

Oggi c’è la possibilità di vedere, studiare e analizzare ogni avversario, sia nella sua esposizione singola sia nella sua rappresentazione di squadra.

Oggi non ci sono segreti rilevanti che possono essere sfruttati per determinare la prestazione ancora di più il risultato. Tutto è a disposizione di tutti presentando ancora di più e ancor prima quali siano i valori in campo.

Oggi chi scende in campo sa se il suo avversario è più o meno forte rispetto alla sua squadra.

Questo da ancora più valore alla tattica ed all’intelligenza, all’interpretazione della gara ed alle soluzioni per vincerla.

La tattica è sempre stata al servizio del risultato e non dello spettacolo (termine sul quale faremo un ulteriore approfondimento), si è sempre costituita quale strumento per consolidare le virtù del proprio gruppo, aumentare le possibilità di mettere in difficoltà l’avversario, per generare crisi nelle sue certezze e per destrutturare i suoi punti di forza.

Poi negli ultimi 20 anni il vento è cambiato. L’idea attendista e realista della valutazione dell’avversario è stata sempre più demonizzata, si è puntato sul tatticismo applicato allo sviluppo della manovra non più in funzione dell’avversario ma principalmente sulle caratteristiche dei giocatori a disposizione, si è voluta consolidare l’idea che attraverso le giuste soluzioni offensive si potesse battere chiunque.

Purtroppo, non è così. E non voglio rompere un castello lapalissiano ma ricondurre la tattica a quello che realmente deve costituirsi, cioè mezzo per vincere le battaglie contro avversari che cambiano ciclicamente le caratteristiche individuali e, di conseguenza, di squadra.

Il consolidare le proprie virtù non è l’unico strumento per vincere ma uno dei mezzi per raggiungere la migliore prestazione. Contemporaneamente si deve lavorare utilizzando gli strumenti tattici di difesa che si costituiranno la migliore strada per raggiungere il risultato.

Questa presentazione da lo specchio delle modifiche di “atteggiamento tattico” che a livello globale stanno caratterizzando il calcio attuale, figlio di scelte che all’apparenza sono risultate coraggiose utopicamente finalizzate ad accorciare le distanze tra Davide e Golia.

La qualità media delle squadre si è innalzata grazie al supporto della tattica mentre si è abbassata notevolmente la qualità specifica delle gare perché carenti dei principi di tattica individuale, di reparto e collettiva soprattutto nella fase difensiva.

Le partite sono contraddistinte ormai da grandi virtuosismi tecnici e da errori tattici generando più set tennistici più che risultati reali.

Voglia di un ritorno al passato? NO, la fervente volontà di non assecondare il pensiero unico attraverso la valorizzazione dell’essenza del calcio, un gioco sportivo di situazione nel quale le stesse variano principalmente per merito/colpa dell’avversario.

Adattarsi alle sue soluzioni non è necessariamente un passo indietro ma una grandissima rappresentazione di intelligenza.

L’intelligenza che spinge gli allenatori a studiare se stessi e gli altri, cercando di far sbagliare il meno possibile la propria squadra e non principalmente proporre di più.

Se continueremo a credere che il fascino sia la conseguenza del gol (come se pensassimo che lo spettacolo delle frecce tricolori siano le strisce colorate e non le manovre offerte dai piloti) Golia batterà Davide, e in più gli daremo sempre meno chance.

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