Nuovamente una partita del campionato italiano ha ispirato l’ennesima riflessione sulle evoluzioni dello Sport più amato al mondo, il calcio.

Sarà che sono un inguaribile romantico della Serie A, sarà che ho sempre considerato la scuola tecnica italiana la migliore. Per intuizione, lettura, ambizione e capacità di adattamento.

Quello che poi rappresenta il gioco del calcio, uno sport di situazione.

Dopo mesi di silenzio sul tema, dopo aver approfondito il ruolo del portiere, la trasformazione dei difensori e la falsa novità della dimensione “europea” voglio entrare a gamba tesa sul concetto di “fluidità” tanto cara alla nuova didattica.

Lo dico con grande franchezza. Il calcio fluido non esiste.

Esiste adattabilità e disponibilità dei giocatori che interpretano un ruolo e che fanno parte di un reparto/zona/catena, esiste la capacità di un allenatore di studiare l’avversario e leggere la partita in corso, esiste la situazione che genera il conseguente movimento di più giocatori in entrambi le fasi.

Ma questo però c’è sempre stato.

In tutte le ere del calcio, dagli ungheresi in poi.

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Si è generata fluidità (anche se il termine è veramente brutto…) nella formazione dei calciatori e nelle loro caratteristiche. Ma non oggi.

Ma da metà anni ’90.

La grande trasformazione è avvenuta a livello tecnico e della performance atletica.

La tecnologia e la comunicazione hanno innalzato il tasso tecnico medio mentre sotto il punto di vista della preparazione atletica si è passati da un calcio agonistico ad uno fisico.

Si sono plasmati giocatori con una migliore tecnica individuale di base ma con una peggiore resistenza all’impatto, atleti più forti e veloci ma meno resistenti allo scontro.

Tutto questo è stato agevolato dal cambiamento dell’interpretazione arbitrale di alto livello, sempre più dipendente dalle esigenze televisive più che dal campo. Interpretazioni e regole che hanno tutelato le prestazioni di chi ricopriva ruoli dal centrocampo in più allentando sempre di più la presa della marcatura a uomo, del fiato sul collo del migliore, sull’annullamento tattico della chiave avversaria.

C’è chi dice che ne è uscita fuori la sintesi migliore del “più calcio, meno calcio”, c’è chi, in modo tradizionalista, rivendica il valore dell’opposizione e del contrasto. Una cosa è certa ciò che è stato prodotto non è una espressione fluida di chi cerca di battere il proprio avversario con le armi a disposizione ma un’ostentazione dei propri punti di forza come unico strumento per competere in un calcio moderno.

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Un calcio che resta lo sport più bello del mondo ma che, ancora oggi, non ha necessità di complicanze filosofiche o terminologie astratte per rendersi affascinante.

 

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