Pallacanestro, vittima e carnefice

“Lascia partire una palla che balla, canta e suona!”. La citazione non è chiaramente la mia, ma di uno dei telecronisti sportivi più bravi e preparati di sempre, Flavio Tranquillo, che di tale ha solo il cognome mentre letteralmente cavalca le partite di pallacanestro lasciandoci davanti alla TV come se fossimo spettatori e scommettitori ad un ippodromo. Uno che lo sport lo sa descrivere e far vivere, uno che la pallacanestro la conosce e che pensa:

“Ma no! Ma se esiste una cosa più bella del basket, ditecelo! Mandateci una mail!”
Diciamoci la verità, la pallacanestro se non è lo Sport, forse è uno degli Sport più belli tra tutti quelli esistenti sul globo terrestre. Per fascino, spettacolarità, abilità coinvolte, azione, storie e appeal.

Una disciplina che nasce dall’idea di un professore di educazione fisica, laureato in medicina, inventore del casco dal football americano non poteva che essere vincente. Non che tutti i medici, i professori o inventori ci regalino idee da condividere con entusiasmo ma la base di preparazione di Naismith ci garantisce sicuramente che l’idea avrebbe avuto seguito.

Uno sport ideato da bianchi e giocato dai neri, nel quale servono testa, mani e gambe in perfetto ordine d’intervento con egual percentuale di decisione. L’aspettativa che crea la fase di volo di una schiacciata spettacolare ha gli stessi effetti dell’apnea che vivi in un tuffo dalla piattaforma di 10 mt. Silenzio ed esplosione.

Se oggi dovessi creare la metafora che rappresenti i nostri tempi, il loro corso ed ed il nostro modo di interpretarli, sceglierei il “basket” (in Italia ci piace chiamarlo così…), con la sua rapidità, i tempi stretti, i vertiginosi cambi di gioco e gli obiettivi piccoli che diventano giganteschi. La Pallacanestro è questo, dinamismo e velocità, una macchina apparentemente perfetta nell’attrarre praticanti. Apparentemente. Questo perché nel corso del tempo ha saputo fare delle proprie caratteristiche un incredibile punto di forza ma anche un terribile punto di debolezza, generando un limite che lo pone fuori dagli sport più praticati. Le attività sportive raccolgono il maggior numero di partecipanti in modo direttamente proporzionale attraverso la loro accessibilità di pratica e semplicità di regole.

Il “Basket” aveva tutto ciò poi si è lentamente sviluppata l’idea che solo ed esclusivamente chi avesse capacità e peculiarità fisiche dipendenti dall’altezza potesse non essere vincente ma anche solo ed esclusivamente partecipare. Un limite fisico non stabilito dalle regole (nella pallavolo la rete pone un limite tra partecipanti ad esempio…) che non condiziona l’obiettivo finale: mettere la palla nel canestro. E’ scientificamente provato che chi è più alto si avvicina di più alla base del canestro ma non è altrettanto scientificamente provato che chi è più alto abbia una percentuale di fare centro più efficace di chi è più basso dalla stessa medesima distanza di tiro.

Uscendo da questo complicato ragionamento si può più serenamente asserire che una disciplina di questo appeal, facilmente replicabile e giocabile ad ogni latitudine si è limitata nella praticabilità strutturando un’idea ben specifica di chi lo possa o meno praticare, di chi possa o meno essere competitivo.

Oltre questo limite “globale”, nel dettaglio in Italia è stato commesso un altro grande errore, che ha segnato e fermato la crescita di praticanti e appassionati.

E’ sparito dalle scuole. I canestri sono stati lentamente sostituiti da una rete, i palloni sono rimasti ma si sono trasformati, hanno cambiato colore e sostanza.

Sempre meno alunni sono stati coinvolti nei primi approcci ed alla tecnica di base, si è sempre più allontanato dalla base che negli ‘70-‘80 lo rendevano uno degli sport più praticati e amati dai giovani. L’assurda situazione sta nel rapporto inversamente proporzionale tra l’accessibilità e la fruibilità della pallacanestro di alto livello (grazie a televisioni e new media) e la pallacanestro giocata, sempre più limitata all’associazionismo. Più Basketball visto, meno Basketball vissuto.

Un gioco sportivo, aciclico, di situazione, non può e non deve commettere questi errori se ha l’ambizione di poter competere con altre discipline nel reclutare “adepti” ma soprattutto “fedeli”.

Eh si parliamo proprio di fede perché in fondo:

“Non c’è bisogno del Paradiso… ci sono le finali NBA!!!”

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Verissimo quello che dici.Vorrei ricordare che uno dei più grandi campioni degli anni 60–70 Sandro Riminucci era alto solo 185 cm e detiene il record di punti in una sola partita con 77 punti..Non c’è bisogno di essere sopra i 2 metri