Il Covid, il lockdown, la paura, i timori, le scelte, il silenzio intorno ad un calcio che sembra non appartenerci più.

Tutto questo ci ha messo a dura prova ma ha solo rinsaldato lo spirito di chi ama coinvolgimento, colore e rumore intorno al gioco più bello del mondo.

E non si tratta di un semplice spirito romantico alla ricerca del passato ma della certezza che il suono dello stadio, quello che si fa sempre più forte durante il percorso di avvicinamento con la sciarpa al collo ed un amico al tuo fianco è la prima grande attrazione che scatena l’Amore.

Quello con la A maiuscola e che sfocia all’ultimo gradino.

E se il calcio attuale prima ci ha già tolto prima l’aspetto bucolico della partecipazione collettiva e dopo ci ha regalato il forzato show business, oggi mi sento di intraprendere una “crociata” sportiva verso l’abolizione di uno dei riti mediatici più fallimentari degli ultimi 5-6 anni e la restituzione legittima di una tradizione popolare che oggi potrebbe apparire per di più come una vera e propria trovata di marketing.

Il primo è il posticcio tentativo di copiare l’inno di presentazione e ingresso della squadre della Champions League attraverso una canzone senza ne capo ne coda realizzata da un rispettabilissimo Giovanni Allevi.

Uno strumento che ha unito nel dissenso ogni tifoseria e ogni stadio rivelandosi controproducente oltre che inutile.

Il secondo la riabilitazione degli inni delle squadre di casa, dal tunnel allo schieramento, attraverso la rinascita di quel folclore necessario a questo calcio grigio e con il tasto mute.

Un gesto di valorizzazione delle identità che darebbero valore al sistema.

Perché se ragioniamo anche solo ed esclusivamente con il fine di fornire spettacolo “vendibile” allora dopo un periodo di partite vuote (in tutti i sensi) tornare ad una pseudo normalità (chissà quando..) nella quale sia inserita la propria musica di accompagnamento potrebbe rivelarsi un mezzo un’occasione.

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Note cantate da un popolo in cerca di festa e di vittoria che si trasformerebbero nel miglior biglietto da visita di un calcio che non deve rilanciarsi ma rinascere.

E poi diciamoci la verità ognuno a casa propria mette la musica che vuole.

Pensate se tutti ascoltassero o cantassero le stesse canzoni e che si debba farlo nello stesso modo, come quell’amico che doveva convincerti che i Pink Floyd erano l’unico gruppo che detiene lo scettro della musica.

Magari lo sono, ci mancherebbe, ma a te piace Massimo Ranieri e canti a squarciagola “Perdere l’Amore” come se lo avessi perso ogni giorno.

E a casa tua l’equilibrio non esiste.

Esiste la padronanza di chi si può permettere di dire “Qui decido io!” e troppo spesso le squadre di calcio alla ricerca di una economia di sistema se lo sono dimenticato.

Insomma vogliamo tornare ad emozionarci sin da subito, sin dal tunnel.

Vogliamo far girare le sciarpe e farlo vedere ai giocatori in campo, mentre sono fermi e salutano la tribuna.

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Vogliamo fargli e farci venire i brividi caricando la nostra squadra di casa, iniziare a sentirci parte del divertimento e non solo spettatori dello stesso.

Perché l’interazione tra chi vede e chi gioca non è solo l’applauso di sostegno o il fischio di disapprovazione, è anche la voglia di appartenere a qualcosa che sai che non sia tuo ma che sei certo di rappresentare.

Ognuno con la sua voce, ognuno con il suo Inno.

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