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Nando Gentile Caserta

Juve Caserta, non chiamatela rivoluzione

La pallacanestro è uno sport particolare.

Esclusivo per doti fisiche, inclusivo per essenza e per cultura.

Un gioco nel quale si decide si sfidarsi, guardando negli occhi l’avversario, che sia bianco, nero o giallo, all’aperto o al chiuso dove ci si sfida alla baionetta e di strategia, con il corpo a corpo e con il flusso.

E ogni sfida ha bisogno di attori, di protagonisti che la rendano tale, di avversari pronti a vincere, di risultati inaspettati e storie da raccontare.

Una di queste non ha rappresentato una rivoluzione culturale, ne la vittoria del povero contro il ricco, ma ha costituito il segno indelebile sull’albero della pallacanestro italiano.

Quello dove c’è scritto Juve Caserta Campione.

Avevo promesso di non inserire noiosi dati statistici ma questo è necessario per dare dimensione ad una storia raccontata più volte ma in troppe poche occasioni inquadrata in quella giusta.

Se poniamo la Sardegna in una posizione geografica ibrida, Caserta è stata l’unica città del Sud ad aver vinto uno scudetto nella pallacanestro italiana. Stagione 1990-91.

Eccolo il segno sull’albero. Quello che riconosci anche anni dopo e in cui rivedi emozioni che pensi di non aver vissuto.

Allora pensi ad un cambiamento culturale ed al peso delle occasioni mancate, alla fatica nella costruzione tecnica ma soprattutto della credibilità di una realtà che non fosse Milano, Varese, Trieste o Bologna.

Perché Caserta era solo il contenitore ottimale, la casa dove costruire quello scalpello che serviva per incidere sul legno vivo di un albero forte e verde, proprio come quelli che si vedono dal Po in su.

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E di solito non lo si fa alla luce del giorno, si sceglie il momento più opportuno e lo fanno i più sfrontati, capaci e i più orgogliosi.

Gli stessi che conoscono la vessazione, la sconfitta e la voglia di riscatto.

Quella squadra ha lasciato questa eredità: sfrontatezza, capacità e orgoglio.

Solo così ti prendi la fortuna e solo così la fortuna abbraccia la bravura e si trasforma in vittoria.

Esposito, Gentile, Dell’Agnello, Shacklerford, Marcelletti.

5 nomi che identificano quella sfrontatezza, capacità e orgoglio all’origine di quell’eredità che diventò certamente una scritta sulla corteccia.

Perché se la fortuna e la bravura riescono a volersi bene è grazie a chi garantisce il suo contributo in modo coordinato e personale, al momento giusto nel posto giusto.

Caserta era la casa di Esposito e Esposito era a casa sua, dove sfogare il suo genio e la sua creatività. Di una casa non aveva bisogno Nando Gentile, perché un leader nasce in un luogo ma sa che in quanto tale saprà esserlo ovunque.

Per vincere le battaglie più difficile servono cecchini aggressivi, appassionati, ben posizionati e Sandro Dell’Agnello costituiva la garanzia per Marcelletti, il maturo condottiero lucido nato e cresciuto a Caserta che sapeva insegnare ed ascoltare.

Ma la Metafora perfetta di quel successo fu Charles Shackleford.

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Estro, qualità, forza e innovazione. Un americano che stupì tutti fuori e dentro il campo e che spense la sua luce quando si chiusero le porte del PalaMaggiò

Già i Maggiò, presidenti industriali che sapevano cosa volesse dire condurre un’azienda e tessere i rapporti giusti, provarono la rivoluzione culturale.

Ma si sa, per farlo servono risorse, tempo e politica e si sa, anche questo, che il Sud non ha un buon rapporto con la gestione di tutte e tre.

Perché il Sud offre probabilmente le risorse migliori ma non sa valorizzarle, confonde il tempo con il meteo e per quello che riguarda la politica non è mai stato e non si è mai tutelato a dovere.

E allora una rivoluzione si trasforma in un urlo. e mentre le rivoluzioni non terminano ma continuano, gli urli hanno un inizio e duna fine.

Ma un urlo può diventare un ricordo e se il ricordo è tramandato si potrà un giorno rigenerare in una nuova rivoluzione.

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