Zaniolo Roma

Il Giovane Rischio Italiano

L’Italia è un paese particolare, lo è in tante sfaccettature e peculiarità.

Tra queste sicuramente ci sono le aspettative e le valutazioni sui giovani che si riflettono nelle scelte e nelle posizioni collettive.

E se questo ha già una concreta esposizione nella vita sociale e lavorativa, con relativa risposta delle generazioni, lo ha ancora di più nello mondo dello sport, in particolare in quello che si avvicina di più alla società civile, il calcio.

In questo sport in Italia negli ultimi 20 anni non c’è stato spazio per i giovani, o perlomeno non c’è stato spazio per l’idea di giovane che si avvicina di più alla realtà, ai suoi reali connotati e non a quelli sognati o desiderati dagli addetti ai valori.

Il calcio Italiano ha visto chiudere, ad eccezione di Buffon, una generazione di giocatori non fuori dalla norma ma solo figlia di scelte che li ha messi nelle condizioni di esordire, sbagliare, evolvere, sbagliare, stupire, sbagliare, vincere, crescere e non sbagliare più.

Una grande concentrazione di talento, questo si, ma non fuori dagli standard che il calcio italiano ha sempre offerto. Dai tempi di Silvio Piola e Valentino Mazzola si sono alternati campioni e grandi giocatori, epoche sportive buie ed esaltanti ma nelle quali i giocatori sono sempre stati formati, esordendo e convincendo correlati alle vicende storiche, ognuna con i suoi problemi.

Una cosa è certa, Bosman ha rotto gli schemi. Ha introdotto in questo paese, oltre al naturale e regolare accesso di calciatori professionisti stranieri, l’idea che “gli altri fanno le cose meglio”, “gli altri sono più pronti”, “gli altri costano meno”, “i giovani stranieri giocano meglio”.

Abbiamo continuato a formare i tecnici più preparati, i formatori più ambiti ma il fallimento non sta nelle azioni, sta nell’idea che le ha messe in atto, sta nelle motivazioni errate e prive di fondamento che hanno portato alla deligittimazione della qualità dei nostri giovani che non sono più stati protagonisti delle scelte ma antagonisti delle stesse.

Il giovane calciatore italiano gioca come parla, con talento dialettale e territoriale.

Troviamo differenze tra poche centinaia di kilometri ma non troviamo assenza di qualità, Nord e Sud approcciano con egual passione ma approccio diverso scontrandosi nell’estro e nella sostanza ma non nella quantità di talenti prodotti.

Ogni comune d’Italia ha un campo di calcio.

Solo nel 2018 sono state giocate circa 573.000 partite e si sono tesserati circa 1 milione di calciatori dilettanti.

Solo questo basterebbe per convincere gli scettici, gli esterofili, gli pseudo giornalisti che ostentano modelli più efficienti e organizzazioni più efficaci, basterebbero per rassicurare società sportive e aiutare le loro direzioni sportive ad investire nel vivaio italiano quanto necessità per pianificare non solo la crescita di giocatori di caratura internazionale ma anche futuri successi internazionali, sia di club sia con la Nazionale.

Quando parlo di investimento, intendo anche la valutazione del rischio e la sua conseguente messa in atto. Si, il rischio, perché i giovani ti garantiscono sogni, freschezza, travolgente prestanza e soluzioni imprevedibili ed al tempo stesso non possono fornire continuità e lettura delle situazioni. Allora devono essere inseriti in ambienti che li tutelino ma non li proteggano, che li espongano ma non li mettano sull’orlo di una crisi di nervi, che li responsabilizzino ma che non li facciano sentire sempre protagonisti, che li facciano imparare con calma e che non li metta in cattedra.

I giovani italiani troppo spesso sono stati bistrattati e derisi perché non pronti alle migliori competizioni. Chi lo è? Quale giovane sa già tutto? Quale giovane porta con se la chiave di tutte le nuove avventure?

La risposta è nessuno se non i fuoriclasse, quelli che confermano le regole, quelli che escono dai limiti descritti, quelli che si contano sulla punta delle dita e che illuminano le ere calcistiche ma non le descrivono. Chi scrive la storia sono i giovani comuni ai quali va data la chance di emergere con i tempi e le esperienze giuste, quelle che solo i grandi club, i grandi allenatori e i grandi dirigenti sanno pensare, progettare e agire.

Oggi siamo di fronte ad una grande possibilità. Esaltare il singolo e metterlo in vetrina con un bel vestito o dare identità al movimento attraverso la valorizzazione dei suoi punti forza, lasciando gli altri il fascino del fuori confine e sognando con chi, se anche dovesse tradire le aspettative tornerà a casa con noi.

La prima scelta ci darà grande appeal, la seconda farà paura a tutti.

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