Giri confusi

Una competizione sportiva con più di 100 anni di storia credo non abbia necessità di essere riconosciuta.

Al tempo stesso può rendersi forte di un’identità che va oltre l’evento, una personalità strutturata nel tempo e che è andato oltre lo stesso costituendosi vero e proprio fenomeno sociale. Il Giro d’Italia fa parte di ognuno di noi, che ci piaccia o no, che ci abbiano tolto le rotelle dalla bicicletta a 4 o 5 anni, che Raitre i sabato pomeriggio di maggio e giugno con tuo padre sul divano fosse una tappa fissa o meno. Lo è anche per chi come me fa difficoltà a dare ancora credibilità al ciclismo moderno e mette qualche dubbio su quello del passato, lo è per chi non ha mai aspettato il gruppone sul ciglio della strada sotto il sole o un diluvio primaverile, lo è per chi ama lo sport nella sua essenza migliore ed a questo punto peggiore. Il Giro è entrato a tutti glie effetti nelle case di tutti e nel vorticoso giro della globalizzazione che sotto i suoi colpi non ha rafforzato l’idea dell’identificazione e valorizzazione territoriale ma ha trasmigrato il nome stesso per raccogliere più euro a disposizione, come se non fosse possibile farlo restando semplicemente GIRO D’ITALIA.

Una grande corsa a tappe che nel proprio nome è caratterizzata da un paese non ha bisogno di presentarsi e vendersi al pubblico estero aprendo le danze in un paese straniero, a volte anche con scarso appeal, attraverso particolari percorsi di marketing. Percorsi contestualizzati, efficaci, accettabili ma non condivisibili, che potrebbero essere sostituiti da altrettanto valide idee fondate su strategie al servizio di una paese che ha bisogno di essere venduto di più e meglio.

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